Il Monte Sellaro e la Grotta delle Ninfe di Cerchiara di Calabria (Cosenza) nell’Odissea di Omero.

Occupandomi da tempo di verifiche dei luoghi descritti dagli antichi letterati greci, e avendo compreso che molte loro descrizioni che dicono di Grecia in realtà sono di luoghi dell’antica Italia/Enotria (cioè del territorio della Penisola Calabro-Lucana compreso fra il fiume Bradano di Metaponto, lo Stretto di Messina e il fiume Sele di Paestum: v. Strabone, V, 1, 1; VI, 1, 4; 1-15; Dionigi di Alicarnasso, I, 72), a cominciare dalla Piana di Sibari e dalla Valle del Crati, propongo alcune brevi descrizioni dall’Odissea in cui Omero dice di parlare di due promontori sporgenti, di una grotta e di una fonte di Itaca, ma in realtà descrive il Monte Sellaro, la Grotta delle Ninfe di Cerchiara di Calabria e la Fonte di Francavilla Marittima.

Nel primo brano Ulisse, dopo essere naufragato su una spiaggia di “Scheria“, regno dei “Feaci“, ed essere stato ospitato dal re “Alcinoo“, volendo tornare in patria, riceve doni, si imbarca su una loro nave e giunge finalmente a Itaca.

<<Come spuntò il lucentissimo astro che più di ogni altro / annuncia col suo arrivo la luce aurorale dell’alba, all’isola allora approdò la nave che valica i mari. / Un porto vi è dedicato a Forco, il vecchio del mare, / nel territorio d’Itaca, due promontori sporgenti / in esso vi sono, scoscesi, che incombono proprio sul porto: chiudono i grandi flutti gonfiati da venti impetuosi all’esterno; ma dentro senza gomena stanno / le navi dai solidi banchi, arrivate al posto d’ormeggio. In testa al porto un olivo c’è dalle lunghe foglie e un antro vicino ad esso amabile per la frescura, / consacrato alle ninfe che Naiadi sono chiamate. / Dentro vi sono crateri e anfore a manico doppio, / fatti di pietra, e lì costruiscono i favi le api. / Ci sono telai di pietra altissimi dove le ninfe / tessono manti di porpora, meravigliosi a vedersi: / e vi sono acque perenni. Vi sono anche due porte, l’una è posta a Borea, che è accessibile agli uomini, / l’altra a Noto, agli dèi riservata: né affatto per questa / entrano gli uomini, ma dei numi immortali è l’accesso>> (Odissea, XIII, 93-112. Trad. Mario Giammarco: Omero: Iliade – Odissea, Newton, Roma, 1997. Sono sue anche le traduzioni che seguono).

Omero parla dunque di Isola di Itaca, ma sovrappone questo nome a luoghi della Penisola Calabro-Lucana (Italia/Enotria), alla quale Itaca, guarda caso, assomiglia in modo impressionante sia per il nome che per la forma della sua parte settentrionale vista da nord (come dire dall’Italia); meglio, assomiglia a una piccola Italia Meridionale (Fig. 1) (in verità saranno stati i Greci a dare il nome all’Italia/Enotria, o gli Itali-Enotri a darlo a Itaca? …).

Fig. 1

Ci sono poi i seguenti fatti: a) se ai lati dell’entrata del porto (e della città) di Itaca erano e sono due promontori sporgenti nel mare e scoscesi che incombono su di esso (Fig. 2),

Fig. 2

guardando dal mare verso il porto di Sibari si vedevano e si vedono i due caratterizzanti promontori del Monte Sellaro, sporgenti verso il cielo, che incombevano “proprio sul porto, essi sì erano e sono effettivamente in testa al porto(Fig. 3, 4 e 5);

Fig. 3. I “due promontori sporgenti”, “scoscesi” del Monte Sellaro, che incombevano “proprio sul porto” di Sibari, visti dalla località Laghi di Sibari.

Fig. 3

 

Fig. 4

Fig. 5

b) una grotta esiste qualche km a nord-ovest del porto di Itaca, oggi è chiamata anch’essa Grotta delle Ninfe, o Marmarospilia (Fig. 6) (questa parola tuttavia dice “Mormò spelonca”, “Spelonca dello spauracchio dei bambini”, che i letterati greci chiamavano Mormò e, stando agli scolii a Teocrito – XV, 40 –, Mormò era una regina dei Lestrigoni che dopo avere perduto i figli voleva uccidere quelli degli altri), ma non poteva essere dedicata alle ninfe Naiadi perché lì non c’erano e non ci sonoacque perenni”, né c’è presenza di acqua, e per i letterati greci esse erano ninfe delle acque dolci e benefiche;

Fig. 6

c) lì non si vedonocrateri e anfore a manico doppio, fatti di pietra”, e non si vedono telai di pietra altissimi”.

La Grotta delle Ninfe di Cerchiara (Fig. 7 e 8) presenta, invece, esattamente e tutte le caratteristiche che indica Omero:

La Grotta delle Ninfe di Cerchiara di Calabria.

Fig. 7

 

Fig. 8

1) essa è, come il Monte Sellaro, “in testaal porto, porto di Sibari (Fig. 3 e 4);

2) vi sono due “porte”, cioè due aperture: una in basso, quella dell’entrata (“accessibile agli uomini”), alta 8/9 metri e posta proprio a Borea, cioè a nord (Fig. 7), un’altra, ben visibile dall’interno, è in alto (“agli dèi riservata”), e posta proprio a Noto, cioè a sud (Fig. 8 e 9);

3) nella Grotta sono anche due pertugi vicini che messi in relazione con la parete di pietra sottostante ricordano effettivamente il “manico doppiodi crateri e anfore (Fig. 8 e 9);

Fig. 9

4) vi sono “acque perenni”, poiché lì è una sorgente di acqua sulfurea (Omero non la nomina come tale perché sarebbe troppo caratterizzante di questa Grotta e la farebbe riconoscere) che oggi alimenta l’adiacente piscina comunale (Fig. 10);

Gig. 10

5) essa è ariosa e “amabile per la frescura”;

6) vi sono “manti di porpora, meravigliosi a vedersi”, espressione con la quale Omero intende i grandi sprazzi di striature rossicce e di altri colori della Grotta (Fig. 7);

7) soprattutto vi è un “telaio di pietra”, espressione con la quale Omero intende l’enorme masso che lascia la grande fenditura dell’entrata, avendo esso dimensioni simili a quelle di un enorme telaio tradizionale, tanto più che presenta, in alto a sinistra, stratificazioni che ricordano i pettini del telaio (che sono larghi una decina di centimetri e lunghi oltre un metro), inoltre lì è presente anche il “sedile” del “telaio“, cioè il masso meno grande dell’entrata (Fig. 7).

Indicativo è pure il fatto che la dea Atena e Ulisse pongano i doni ricevuti dai Feaci “discosti dalla strada” (XIII, 123): difatti i luoghi della Grotta sono “discosti” diverse centinaia di metri della strada per Cerchiara.

Sono l’imponenza e la magnificenza di questa Grotta, presso la quale un tempo certo si recavano anche i Sibariti per cure termali, che meravigliano Omero, il quale evidentemente vi si recò anch’egli, e meravigliano ancora chiunque, non la poco significativa Marmarospilia di Itaca.

Omero più avanti, poiché Ulisse non riconosce la propria patria, gliela fa descrivere dalla dea Atena e specifica altri due dettagli importanti della Grotta di Cerchiara:

<< [Atena dice a Ulisse] “Forza, non darti pensiero di questo nell’animo tuo! / Piuttosto in un recesso dell’antro divino mettiamo / subito ora il tesoro [dono dei “Feaci”], ove in serbo ti resti, / e come il meglio possibile riesca ogni cosa pensiamo. / Detto così, la dea nell’antro oscuro scomparve / cercando per la caverna a tentoni dei ripostigli / e, ben vicino, Odisseo portava ogni cosa a lui data / dai Feaci, l’oro e il bronzo perenne e le vesti ben fatte. / E posò bene gli oggetti e un masso impose all’entrata /Pallade Atena, la dea di Zeus egioco figlia. / Ed essi a un ceppo / d’olivo sedendo, pianta a lei sacra, / per i Proci insolenti studiavano la rovina>> (XIII, 362-373).

Il masso antistante la Grotta delle Ninfe di Cerchiara (caso più unico che raro davanti a una grotta), che Omero più sopra ha paragonato a un telaio, in questo brano diventa masso imposto all’entrata, come nella realtà (Fig. 7); davanti alla Grotta di Itaca, invece, non si ritrovano massi (Fig. 6). Egli chiama poi “ceppo d’olivo” il masso meno grande dell’entrata della Grotta (il “sedile” del “telaio”) (Fig. 7).

Come si vede, dunque, Omero indica Itaca e dice su di essa qualche verità, ma per far passare meglio le menzogne con le quali intende nobilitarla, usurpando luoghi d’Italia/Enotria.

In altri brani egli spaccia i luoghi della Grotta anche in altre terre indeterminate del Mediterraneo, che sempre quelli dell’area di Sibari sono, ed aggiunge ogni volta qualcosa che li fa riconoscere meglio. Si veda dunque con quale astuzia descrive il paese dei “Lestrigoni”:

<<Sei giorni di seguito noi navigammo di notte e di giorno, / al settimo arrivammo all’altissima rocca di Lamo, / Telepilo Lestrigonia, dove il pastore che il gregge / riporta all’altro da’ voce che, uscendo col suo, gli risponde. / Un uomo che non dormisse due paghe lì guadagnerebbe, / l’una buoi pascolando, l’altra le candide greggi: / così della notte e del giorno sono vicini i sentieri. / In un porto magnifico entrammo; intorno scoscesa / e interrotta si leva una rupe da un lato e dall’altro / con due promontori agli estremi l’uno all’altro di fronte, / sporgenti verso l’entrata , e stretto risulta l’accesso; / tutti le navi ricurve fermarono lì dentro il porto. / Dentro la concava baia esse dunque stavan legate / vicine; perché non mai in quel porto l’onda s’alzava / o di molto o di poco, ma v’era un’argentea bonaccia [si noti che questo porto, che è lo stesso di quello precedente, non è di Itaca, ma del paese dei “Lestrigoni”, e si sta per vedere che Omero chiama così gli Itali/Enotri]. / Io soltanto ormeggiai all’esterno la nave mia bruna, / proprio all’imboccatura, legate a una roccia le gomene / e, sopra un colle scosceso salito, a guardare mi fermai: / né di buoi né d’uomini lì si vedevano opre, / solo il fumo vedevo che in alto s’alzava da terra. / Allora mandai dei compagni che andassero ad informarsi / quali uomini, mangiatori di pane, in quel luogo vi fossero, / scelsi due uomini e aggiunto a loro per terzo un araldo. / Sbarcati essi presero la via piana, quella per dove / dagli alti monti i carri in città giù portavano legna. / e, fuori città, s’imbatterono in una ragazza venuta / per acqua, del lestrigone Antifate nobile figlia. / Essa, alla fonte Artacia dai limpidi getti era scesa; / e andandole vicino a parlare, chiesero a lei /chi fosse il loro re e su quale gente regnasse. / Da lì infatti in città portare soleva l’acqua. / E subito essa indicò del padre l’eccelsa dimora. / E nel palazzo famoso entrati, trovaron la moglie / grande come la cima d’un monte, e n’ebbero orrore. / Subito essa chiamò dalla piazza Antifate illustre, / suo sposo, che meditò per essi una fine penosa. / Preso di scatto un dei compagni, il suo pasto ne fece. / Balzati via, gli altri due arrivarono in fuga alle navi; / lanciò quello un grido per la città: accorrevano gli altri / chi di qua chi di là, i Lestrigoni poderosi, / a migliaia, non simili a uomini, ma a Giganti. / Tempestavano quelli dalla scogliera con massi / enormi; e tra le navi sorgeva un orrendo frastuono / d’uomini uccisi e di scafi sfondati. In orribile pasto / come pesci infilzati se li portarono via. / Mentr’essi facevano strage all’interno del porto profondo, / in quella io, la spada aguzza tirata su lungo la coscia, / la gomena della nave tagliai dalla prora scura. / Subito sollecitando i miei compagni ordinai / di gettarsi sui remi e sottrarci alla rovina. / E insieme rovesciavamo il mare temendo la morte. / Al largo con sollievo fuggì dalle rupi incombenti / la mia nave; le altre perirono invece lì tutte>> (X, 80-132).

Sembra che Omero conosca bene la “via piana” di questo brano. Ora, appena 8 km a nord di Sibari, lungo la Via Litoranea Jonica, dalla località che, guarda caso, si chiama Villapiana Scalo, inizia una “via piana” per Francavilla Marittima: una via straordinaria, perfettamente dritta, lunga quasi 8 km (verso il centro di essa si trova anche la contrada Piana), l’unico rettifilo di questa lunghezza della Penisola Calabro-Lucana che dal mare conduca verso l’interno, e nei pressi di Francavilla c’è un bivio proprio per la Grotta delle Ninfe e Cerchiara (Fig. 4 e 11).

Fig. 11

E’ su questa “via piana”, esistente evidentemente già ai tempi di Omero, che dagli “alti monti” del Pollino i carri “giù portavano legna“ verso la costa. Non a caso, poi, in Francavilla Marittima è ancora una fonte, una sola, che è a più di un getto (“limpidi getti”), precisamente a tre canali; oggi è chiamata Fontana Vecchia (Fig. 12).

La Fontana Vecchia di Francavilla Marittima.

Fig. 12

 

Essa non è più “fuori città”, ma è ancora verso le sue ultime case costruite a sud (Fig. 5). Si noti, poi, che per recarvisi dalla parte più antica di Francavilla bisogna scendervi (Fig. 5 e 12), tutto come dice Omero.

Io credo che egli torni a usurpare la Fonte di Francavilla anche là dove torna a parlare di Itaca:

<<Ma quando ormai, per la via ciottolosa [in realtà la “via piana”, che doveva essere, invece, lastricata] avanzando, nei pressi / erano della città e giunsero al fonte benfatto / dell’acqua bella, da dove attingevano i cittadini [la Fonte di Francavilla Marittima, dalla quale ancora attingono i cittadini, è “benfatta” come poche, poiché oltre a disporre di tre vasche di pietra e consentire di poggiare i recipienti sui suoi spessi bordi, dispone di un raccoglitore delle acque in uscita – unico per le tre vasche e anch’esso della stessa pietra –, che consente di poggiare i piedi, evita di farli bagnare, e forse un tempo alimentava un abbeveratoio]; / costruito l’avevano Itaco e Nerito insieme a Polittore [dice Omero]; / e intorno c’era un bosco di pioppi nutriti dall’acqua, / a cerchio da ogni parte, e un’acqua fresca sgorgava / giù dalla roccia dall’alto [alla Fontana di Francavilla Marittima l’acqua giunge “dall’alto”, da un cunicolo di alcune centinaia di metri scavato nella roccia]; e in cima sorgeva un altare / sacro alle ninfe [in realtà i santuari del Timpone della Motta di Francavilla, situati poco a sud-ovest e “in cima” rispetto alla Fonte], e lì vittime offrivano [in realtà offerte, non “vittime“, come facevano i Greci antichi ] tutti i viandanti (…)>> (XVII 204-211).

Devo dire ora che da Francavilla, oltre che il mare, la Piana di Sibari e la Sila, si vede, guardando verso nord, uno spettacolo di grande suggestione: la cima leggermente più alta del Monte Sellaro forma il mento, l’altra forma un seno e la Serra del Gufo forma il pancione come di una enorme donna incinta nata dalla terra che giace supina, con il capo all’indietro e le braccia aperte (Fig. 5): è una delle molte “Serra Dolcedorme” (in realtà questa, non è così chiamata per caso, ma perché ha la forma di una grande donna incinta distesa, che dorme, e va dal Pollino alla Timpa del Principe – Fig. 13 -) d’Italia/Enotria, ed è questa la “moglie” del “Lestrigone” “Antifate”, “grande come la cima d’un monte”, della quale Omero ebbe orrore; egli la videa, forse, proprio dalla stanza nella quale era ospitato, in Francavilla Marittima antica.

Fig. 13

E’ evidente, dunque, che Omero chiami “lestrigoni” gli antichi Francavillesi, fra i quali “Antifate illustre” e la sua “nobile figlia”, e che li calunni additandoli a cannibali, orchi e stregoni, ma certo solo dopo essere rientrato in Grecia, per accattivarsi le simpatie dei signorotti suoi conterranei mediante la denigrazione degli Itali/Enotri.

Omero continua a usurpare e a nascondere la Grotta delle Ninfe in altri brani, e a ripetere la ormai monotona cantilena, tuttavia oggi utile per comprendere la verità, del porto riparato dai venti, della grotta, della sua acqua e delle ninfe:

<<[Nell’isola dei Ciclopi] V’è un porto sicuro, dove di gomene non c’è bisogno, / né di calar grosse pietre o fermare a terra le poppe, / ma dopo aver accostato, si resta fin quando la voglia / sproni i marinai e propizi spirino i venti. / Inoltre alla fine del porto [per non dire di nuovo “in testa al porto”] un’acqua limpida scorre, / sorgente sotto una grotta, e intorno vi crescono pioppi[ancora il medesimo porto di Sibari, e la medesima Grotta di Cerchiara, della quale Omero muta la vegetazione parlando di pioppi invece di olivo, ma l’olivo tornerà più avanti]. / Lì approdammo, e un dio ci guidava attraverso la notte / fosca: non c’era un barlume, sì da poterci vedere, / c’era una nebbia fonda intorno alle navi, e la luna / non spuntava dal cielo, ma era coperta da nubi. / Nessuno l’isola allora aveva con gli occhi avvistata / né i lunghi flutti, poi, rotolarsi a riva vedemmo / prima che le navi dai solidi banchi toccassero / terra. E approdate le navi, ammainammo tutte le vele / e, quanto a noi, sbarcammo sul lido nella battigia / e, addormentatici, lì attendemmo l’Aurora divina. / Quando spuntò mattiniera l’Aurora che ha dita di rose, / guardando ammirati l’isola, ci aggiravamo per essa. / Scovarono allora le ninfe, le figlie di Zeus egioco, / capre montane, affinché ne facessero un pranzo i compagni>>(IX, 136-155. Anche in questa descrizione non mancano le ninfe). (…)

<<Quando dunque alla terra giungemmo che poco distava [la terra dei Ciclopi], / lì scorgemmo, sul lembo estremo, prossima al mare / un’alta spelonca ombreggiata di lauri[l’olivo, poi pioppi, della Grotta di Cerchiara, rimasta impressa nella mente di Omero al punto da fargliela descrivere già per due volte, qui egli fa diventare lauri]; e c’erano molte / greggi, pecore e capre, che lì passavano la notte / e un recinto era intorno, fatto con pietre confitte / e lunghi tronchi di pino e di querce dall’alta chioma. / Un essere mostruoso [il Ciclope Polifemo] lì abitava, che allora /stava da solo a pascer lontano le greggi; con gli altri / non s’univa e, isolato, malvagi pensieri nutriva. / Davvero un mostro orrendo! Non somigliava neppure a un uomo che si nutra di pane, ma a vetta selvosa / d’alti monti che appare isolata, lontana dall’altre>>(IX, 181-192). (…)

Omero paragona a un “essere mostruoso”, a un “Ciclope”, la “vetta selvosa” della Sila, che gli appare isolata, lontana” rispetto alla Catena Appenninica Costiera poiché egli la osserva dai luoghi di Francavilla, mentre osservata dalla Piana di Sibari sembra formare con quella Catena un unico insieme di monti.

<<Quindi nell’ampia spelonca egli spinse le pecore pingui, / quelle che munger soleva, i maschi lasciando all’esterno, / i caproni e gli arieti, fuori nell’alto recinto. / Poi, sollevato un grande macigno, per porta lo mise / enorme: ventidue carri robusti, a quattro ruote, / non avrebber potuto neppure spostarlo dal suolo; / pietrone così smisurato aveva opposto all’entrata>>(IX, 237-243. v. Fig. 7). (…)

<<C’era presso uno stabbio un enorme bordone del mostro, / d’oleastro ancor verde[ecco che ritorna l’olivo “in testa al porto” della prima descrizione. Questo bordone di olivo è quello con cui Ulisse, nella fantasia di Omero, acceca Polifemo]; l’aveva tagliato perché, appena secco, / con sé lo portasse. A noi sembrava per vero a guardarlo / l’albero di nave bruna da carico, con venti remi, / larga, che attraversa i vasti abissi marini: / tale esso era in lunghezza a vedersi, tale in grossezza. / Avvicinatomi, io ne tagliai circa sei piedi / e l’affidai ai compagni, esortandoli a digrossarlo. / Essi lo resero liscio; io andando vicino aguzzai / un capo, indi presolo l’arroventavo al fuoco che ardeva. / Poi lo coprii per bene, celandolo sotto il letame / che per l’antro era sparso a strati in grande abbondanza [questo “letame” in realtà è l’acqua “sparsa” “in grande abbondanza” nella Grotta di Cerchiara, difatti, essendo essa sulfurea, ha odore simile a quello del letame – Fig. 9 -]; / allora i compagni invitai ad estrarre a sorte chi avrebbe, / sollevando quel palo, osato con me conficcarlo / nell’occhio, quando il dolce sonno gli fosse venuto. / Uscirono a sorte quelli che avrei io stesso voluto / scegliermi: erano quattro, e per quinto io m’unii con loro. / Venne a sera pascendo le pecore dai bei velli; / subito spinse nell’ampia spelonca le pecore pingui, / tutte, nessuna lasciò all’esterno nell’alto recinto, / o che avesse un motivo o che un dio così disponesse. / Poi come porta accostò, sollevatolo, il grande macigno (…)>> (IX, 319-340. Difatti il macigno della Grotta di Cerchiara è accostato, come lo avrebbe lasciato il “ciclope” “Polifemo” – Fig. 7 -). (…)

<<Così [io Ulisse] dicevo, e quello [Polifemo] ancor più s’infuriò nel suo cuore: / strappò via e scagliò il cocuzzolo d’un alto monte / e innanzi alla prora bruna lo fece cadere della nave, / di poco, e non tanto mancò che colpisse in alto il / timone (…)>> (IX, 480-483.

Omero preferisce fare strappare e scagliare a Polifemo il cocuzzolo di un monte – egli pensa a una immaginaria parte centrale del Monte Sellaro, che per questo sarebbe rimasto con due cime e il vuoto intermedio– Fig. 5 –, piuttosto che fargli prendere l‘enorme masso che si trovava davanti alla Grotta di Cerchiara, che per questo, sarebbe ancora lì – Fig. 7 –).

Alcuni altri particolari fanno capire che Omero ambienta nell’area di Sibari, che osserva da Francavilla, anche l’episodio della maga “Circe”, la quale abitava <<in una convalle una bella casa costruita / con pietre ben levigate in un luogo aperto allo sguardo [luogo che, evidentemente, aveva davanti la Piana di Sibari]>>(X, 252-253 e 210-211): sono quelli relativi all’erba-antidoto ai suoi “malefici”:

<<Come dunque ebbe detto, l’erba mi diè l’Argicida [il dio greco Ermes, che per i Romani era Mercurio], / strappatala da terra, e me ne mostrò la natura. / La radice era nera e il fiore era simile al latte; / gli dèi la chiamano “moly”; è difficile essa a strapparsi / dagli uomini mortali, ma possono tutto gli dèi>> (X, 302-306).

L’erba in questione in realtà è la liquirizia, che continua a crescere spontanea e abbondante in tutta la “Sibaritide”. Difatti essa è pianta medicinale; ha la radice scura; è difficile sradicarla con le mani (tanto che dev’essere scavata); il suo fiore è chiaro, di un azzurro violaceo delicato simile a quello del latte, e soprattutto nella Piana di Sibari è ancora chiamata “pasta morízia”, e non “moly”(zia), come manipola e abbrevia Omero per depistare da quei luoghi. Lì la liquirizia era già molto ben conosciuta a quei tempi, e io credo, anche lavorata, così come continua ad esserelo nell’antico stabilimento Amarelli di Rossano, dove si produce la migliore liquirizia che esista.

Voglio aggiungere che Omero manipola qui anche altre parole itale/enotrie, per esempio: “Ciclope” è manipolazione della parola cicrúopiu, ancora usata in Calabria (v. G. Rohlfs, Dizionario dialettale della Tre Calabrie, I, p. 204), che ha il significato di cicat’úocchiu, cioè cecato-occhio, orbo di un occhio (e non “con un occhio solo”, come dalla stucchevole fantasticheria omerica); “Lestrigoni” è manipolazione dell’epressione itala/enotria Li stregoni, infatti la parola stregoni in greco non ha corrispondente che le assomigli; “Scheria” è manipolazione del nome Esperia (Terra a Occidente), con cui i Greci chiamavano l’Italia/Enotria; “Alcinoo” lo è di Lacinio, nome usato dai Greci per indicare il tempio di Crotone detto di Hera Lacinia.

Confidando nel fatto che il Lettore non valuti con preconcetti ciò che aggiungo adesso, affermo che Omero, a farci caso, chiama “Ulisse” se stesso: un intelligente, fantasioso e impostore sofista che cerca di nobilitare il mondo greco manipolando la realtà e la verità al fine di nobilitare se stesso e accattivarsi le simpatie dei signorotti presso i quali in realtà si svolgono le sue proprie peregrinazioni di rapsodo (v. Platone, Repubblica, 600d-600e), non quelle di un “Ulisse”. Egli lo fa, come si sta vedendo, anche usurpando o screditando nomi, luoghi e fatti dell’ancora tutto da riconoscere Regno di Italo: il Regno di “un tale Italo”, “uno degli abitanti di quella terra [l’Italia/Enotria]”, che “diventò re dell’Enotria”, alcune istituzioni del quale erano “molto più antiche” di quelle di Minosse a Creta, come si lasciò sfuggire Aristotele (Politica, 10); dell’Italo “dinasteusantos”, cioè Dinasta Santo, come scrisse lo Pseudo-Scimno di Chio (Descrizione del mondo, 303) e  dell’Italo “uomo potentissimo”, “retto e filosofo” di cui scrisse Dionigi di Alicarnasso (Antichità romane, 34).

Per altro verso, a ben vedere, “Ulisse”/”Omero”, mostrando il suo vero volto di sofista cortigiano, esperto in linguaggio capzioso di benevolenza e sempre alla ricerca di vitto e alloggio, pensa continuamente a soddisfare il proprio bisogno di cibo e propaganda indirettamente il proprio desiderio di essere trattato da gran signore e di ricevere doni costosi:

<<(…) pane e carni abbondanti e del rosso vino lucente (…)” (XIII, 19);

Così tutto il giorno allora fino al tramonto del sole / a banchettar senza fine con carni e con vino soave / sedemmo>> (XII, 29-31);

<<L’ospite infatti, il supplice è come un fratello per l’uomo / che sia almeno un poco sfiorato dalla saggezza>> (VIII, 546-547). (“Ulisse”/”Omero”, però, è sempre “ospite” e “supplice”, è un “fratello” che sempre prende e mai da’)

<<Vesti allo straniero in un’arca ben levigata / son poste, con l’oro fregiato con arte e con tutti gli altri / doni che i consiglieri dei Feaci gli hanno recati. / Ma su, diamogli un tripode grande e un lebete / ciascuno; in seguito noi, raccogliendo tra il popolo offerte, / ci rivarremo: ché duro è largire senza rivalsa>> (XIII, 10-15).

<<Allora io [“Ulisse”] comandai agli altri fedeli compagni / di rimanere lì alla nave e di farle la guardia: / dodici dei miei uomini io poi scegliendo, i migliori, / m’avviai e un otre di capra portavo pieno di vino / nero, abboccato, che il figlio di Evante, Marone, mi diede, sacerdote d’Apollo che d’Ismaro è il protettore, / perché per riguardo al dio lo salvammo col figlio e la moglie [dice “Ulisse”]; / egli infatti abitava nel bosco che a Febo Apollo / era sacro. Ed allora mi diede splendidi doni: / sette talenti d’oro ben lavorato mi diede, / mi diede un cratere d’argento massiccio, quindi in aggiunta / mi versò nelle giare, dodici in tutto, un buon vino / dolce e schietto, bevanda divina (…)>> (IX, 193-211).

Ancora più chiaramente, non riconoscendo “Ulisse” la propria terra:

<<Ahimè, di quali uomini ancora alla terra sono arrivato? / Saranno essi violenti, selvaggi e senza giustizia / o degli ospiti amici e di mente che teme gli dèi? / Dove mai porterò tutte queste ricchezze? E io stesso / dove m’aggirerò? Oh, le avessi lasciate lì, presso / i Feaci. ANDATO SAREI DA UN ALTRO POTENTE SIGNIORE / che MI AVREBBE OSPITATO e di scorta mi avrebbe fornito / per il ritorno>> (XIII, 200-207).

Il “prode” “Ulisse”/“Omero”, in preda al bisogno, incontrando poi una persona, le si getta ai piedi, nonostante si tratti solo di un pastorello: <<Salva questi miei beni, salva me stesso! Ti prego / come un dio, e SUPPLICE vengo ALLE TUE GINOCCHIA (…)>> (XIII, 230-231).

Egli si qualifica anche come il delinquente e l’assassino che è quando fa dire a “Ulisse”: <<Sentivo parlare di Itaca pur nella Troade vasta, / lontano oltre il mare; ed ora anch’io ci sono arrivato / con queste ricchezze. Ma ne ho lasciate altrettante ai miei figli / e vado fuggendo, ché uccisi Orsiloco piè-veloce, / di Idomeneo il figlio diletto, che nell’ampia Creta / quanti si nutron di pane vinceva coi celeri piedi: / egli voleva privarmi di tutta la preda di Troia, / per la quale soffersi nell’animo tanti dolori / tra guerre d’eroi passando e luttuosi viaggi di mare, / perché non avevo gradito di stare sotto suo padre / in terra dei Teucri, ma a capo ero stato d’altri guerrieri. / Or mentre tornava dal campo costui con un’asta di bronzo / colpii, lungo la via appostatolo con un amico, / una notte assai fosca occupava il cielo, nessuno / ci vide e celato restò che io gli tolsi la vita. / Dunque dopo che l’ebbi ucciso col bronzo affilato, / subito andando a una nave d’illustri Fenici pregai / e diedi loro in dono una parte abbondante di preda. / A trasportarmi poi li esortai, prendendomi a bordo, / a Pilo o nell’Elide sacra, ov’hanno il dominio gli Epei>> (XIII, 256-275).

Questi sono i veri valori del sofista “Omero”, quelli da lui non plagiati e non usurpati, quelli che stanno dietro gli abbagli generati dal suo modo di fare poesia.

Egli trova anche il modo di maledire i “Feaci” che lo avevano ospitato e accompagnato, e di mettere in guardia indirettamente dalle proprie maledizioni i signorotti greci che lo ospitano: <<Ahimé, non erano dunque del tutto saggi e avveduti / i principi ed i capi Feaci che in altra regione / mi hanno portato; eppure dicevano ch’essi m’avrebbero / addotto alla ben visibile Itaca, senza poi farlo. / Zeus che protegge i SUPPLICI possa punirli: anche gli altri / uomini egli osserva dall’alto e castiga chi pecca [cioè chi non ospita “Ulisse”/”Omero” come egli pretende]>> (XIII, 209-214).

“Omero”, ancora:

a) prima fa giungere il greco “Ulisse” a Itaca, poi se la prende con gli stranieri “Feaci” (cioè gli Itali/Enotri di “Scheria”/Esperia, quei “semplicioni dei Feaci” …, come scrive Luciano – Storia vera, 3 –), con il pretesto (paranoico) che essi abbiano la colpa di averlo accompaganto fino a casa (e con riocchi doni), e li ricambia facendoli annegare durante il viaggio di ritorno proprio mentre stanno per arrivare a “Scheria” (XIII, 125-183);

b) pur di denigrare in qualche modo i “Feaci”, egli da un canto li dice “famosi navigatori”, che accompagnano “Ulisse” su “rapida nave” e in un sol giorno (in linea d’aria Itaca dista da Sibari meno di Roma: 380 km Itaca, 400 km Roma), dall’altro mistifica che non conoscono il timone (VIII, 557-558);

c) con linguaggio squisitamente sofistico spaccia sotto gli occhi dei lettori ingenui, e come se nulla fosse, i vizi di “Ulisse” (che sono i suoi propri vizi) per virtù: i suoi “inganni”, “raggiri”, “racconti bugiardi” a lui “cari fin dall’infanzia”, fa diventare, e per bocca di una dea (Atena), “senno”, “eloquio”, “migliore degli uomini” (XIII, 292-299).

“Omero”, a farci caso, e per colmo di ironia, si qualifica per quello che è, sotto gli occhi degli ignari lettori, là dove fa dire ad “Alcinoo” rivolto a “Ulisse”: “Noi nel riguardarti, Odisseo, affatto non ti credevamo / un RAGGIRATORE, un FURBASTRO di quelli che NUMEROSI / LA BRUNA TERRA ALLEVA e che SONO SPARSI DOVUNQUE, / che inventano il falso DA DOVE NON SI RIUSCIREBBE A CAPIRE” (XI, 363-366).

Si vede, dunque, come gli studiosi, il cinema e le televisioni si facciano ancora raggirare dal furbastro sofista “Omero”/”Ulisse”. Si vede quale sia la chiave di lettura delle sue opere (e non solo delle sue), e come la sua figura sia tutta da rivedere.

Che c’era dunque in Italia/Enotria di particolare, e di tuttora sconosciuto, se da una parte “Omero” ne lodava e usurpava i luoghi e la civiltà (“vesti ben fatte”, “un uomo che non dormisse due paghe lì guadagnerebbe”, “porto magnifico”, “guardando ammirati l’isola”, “fonte benfatto”, “bella casa costruita con pietre ben levigate in un luogo aperto allo sguardo”) e dall’altra la diceva terra di “Lestrigoni” e di “Ciclopi”?

Anche questo può essere compreso bene, ma studiando gli scritti degli antichi letterati con approccio diverso, essendo essi i soli fatti giungere fino a noi: procedendo per verifiche incrociate dei loro macro e micro-argomenti comuni; ricercando i riscontri delle loro parole, e considerando che i nomi, i luoghi e i fatti che essi scrivevano fossero sempre falsi, e nascondessero ben diverse verità, tranne nei casi in cui si dimostri di volta in volta che fossero effettivamente veritieri, e non che fossero veritieri e contenessero falsità solo qua e là, come ancora ingenuamente si crede.

Acri – Luglio 2010.

(Questo articolo è stato pubblicato anche in APOLLINEA, la Rivista Bimestrale del Territorio del Parco Nazionale del Pollino. Edizioni “Il Coscile”, Castrovillari. Anno XV, n. 1).

Voglio aggiungere ancora che il lettore, nel valutare anche questo scritto, farà bene a fidarsi della propria capacità di intelligere, e a non fidarsi delle stupidaggini che sono state scritte e si scrivono dopo avere ingenuamente creduto alle turlupinature dei letterati greci e latini.

Giuseppe Palermo

2 commenti

  • Critofaro Toni scrive:

    Giuseppe ha fatto un lavoro mastodontico!
    Questa si che é una tesi di Lauria.
    Se non erro: Omero era anche cieco e descrivere tutto ciö che gli é stato da altri riferito non possono essere presi per verità sacrosanta.
    Al contrario Giuseppe anche a tutte le possibilità che tecnica, la catografia e l’Internt ci offre, civuole sempre una mente e delle capacità che non tutti hanno. Ho letto e riletto facendo anch’io le mie modeste e non paragonabili al lavoro squisito e meraviglioso di Giuseppe, scrivo solo Giuseppe senza cognome, cosi lo paragono ad Omero: anche perché di lui non conosco il cognome. Tonino

  • Giuseppe Palermo scrive:

    Ciao, Toni. Come ti ho detto tempo fa a Roggiano, gli antichi letterati greci e romani ci hanno fatto credere quello che hanno voluto.. Una volta capito il loro “gioco” ho cercato di metterli a confronto e di trarre le diverse conseguenze dei loro discorsi.. Sono venute fuori cose incredibili, ma vere. Spero di ultimare nei prossimi mesi un nuovo libro: La Scoperta di Pandosia, dove continuero’ a sostenere e dimostrare diverse altre verita’ di fatti antichi (che siano comprese o no…). Ciao,Toni. A presto

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