Sull’Ascia-Martello di Kyniskos, in realtà dedicata, 2.500 anni or sono, alla Madonna del Pettoruto.

Nel 1846 sulla Mon­ta­gna del Pet­to­ruto, nel Comune di San Sosti (Cosenza), è stata rin­ve­nuta la famosa Ascia-Martello di Kyni­skos, forse la più bella ascia di bronzo che si cono­sca. Prima custo­dita in San Sosti, oggi si ritrova a Lon­dra, nel Bri­tish Museum (Iscri­zione n. 1.094. Bronzo 252, detto costruito in Sibari e di cul­tura greco-occidentale) (Fig. 1 e 2).

Fig. 1. Bri­tish Museum. l’Ascia-Martello di Kyni­skos (Foto Anto­nio Palermo)
Fig. 2. Bri­tish Museum: l’Ascia-Martello di Kyni­skos (Foto Anto­nio Palermo).

Essa, lunga 16,7 cm, pre­senta su una fac­cia della penna un’epigrafe, dal cui esame viene datata tra il 550 e il 500 a. C., che ne fa un ex voto dedi­cato da un italo-greco che si chia­mava Kyni­skos a una dèa Hera par­ti­co­lare: “TAS HERAS HIAROS / EMI TAS EN PEDI — / –OI . KYNISKO– / –S ME ANEDE– / –KE. ORTAMO– / –S. FERGON / DEKATAN”, ma le tra­du­zioni del testo a mio parere hanno finora fal­sato il signi­fi­cato di que­sto dono votivo. Ne riporto alcune:

a) “Sono sacra a Giu­none, la quale si venera nella pia­nura; Tini­sco mi ha dedi­cata secondo il rito nella decima delle lane (Leo­poldo Pagano, in: Dome­nico Cer­belli, Mono­gra­fia di Mot­ta­fol­lone, Napoli, 1857, p. 44).

b) “Sono sacro di Hera, quella in pia­nura. Kyní­skos mi dedicò, lo arta­mos, come decima dei (suoi) lavori (Mar­ghe­rita Guar­ducci, Ricer­che intorno a Temesa, La Scure-Martello da S. Sosti. II — La Dedica, in: Atti e Memo­rie della Società Magna Gre­cia, IX-X, 1968–69, p. 47);

c) “Sono sacro alla Hera che ha il suo san­tua­rio nel piano. Mi dedicò Kyní­skos il vit­ti­ma­rio, come decima (del com­penso) delle sue pre­sta­zioni (Gio­vanni Pugliese Car­ra­telli in: Megale Hel­las, Garzanti-Scheiwiller, Milano, 1993, p. 38).

d) “Io sono con­sa­crata ad Hera della Piana; Cini­sco Ortamo, capo dei Veriani, mi dedicò come decima dei pro­dotti (Car­melo Per­rone, Il San­tua­rio Basi­lica Maria SS.ma del Pet­to­ruto, Ed. TS, Set­tin­giano, CZ, 1994. p 18).

e) “I am the sacred pro­perty of Hera-in-the-Plain: Kyni­skos the but­cher dedi­ca­ted me, a tithe from his works” [Sono sacra pro­prietà di Hera nella pia­nura: Kyni­skos il macel­laio mi ha dedi­cato, come decima dei suoi lavori]   (Bri­tish Museum).

In que­sta epi­grafe un’espressione e una parola sono molto impor­tanti per rico­no­scerne il vero signi­fi­cato, e anche altro: sono “EN PEDIOI” e “ORTAMOS”.

L’espressione “EN PEDIOI è stata tra­dotta alla let­tera, e con senso appa­rente e inde­ter­mi­nato: “nella pia­nura”, “nel piano”; ma al suo “EN” in ita­liano può rispon­dere anche “con”, e la parola “pedioi”/”pedion” (pia­nura) quasi si con­fonde con un’altra parola greca, “paidion” (bam­bino); c’è poi il fatto che il dit­tongo “ai” nelle lin­gue di ori­gine indo-europea diventa spesso  “e”, tanto che nello stesso greco moderno il bam­bino è chia­mato “pedhí”, e non “paidhí” (si pensi anche a parole come PEDA­go­gia, PEDA­gogo, ecc.).

Sem­bra pro­prio, dun­que, che Kyni­skos abbia coniato la parola “pai­dioi” (bam­bino) così come la pro­nun­ciava, “PEDIOI”, e che non abbia inteso affatto par­lare di una Hera “in pia­nura”, bensì di una Hera “con il Bam­bino”.

Sem­bra pro­prio, anche, che egli abbia chia­mato Hera una Madonna, pre­cri­stiana e pre­ro­mana, della Peni­sola Calabro-Lucana, o Italia/Enotria, dal culto della quale egli, immi­grato greco, fosse stato con­qui­stato: difatti non solo l’espressione “EN PEDIOI” nella let­te­ra­tura greca non è mai asso­ciata a Hera né ad altre divi­nità, c’è anche il fatto che in Gre­cia ai tempi dell’Ascia le Hera (o altre dee) con il Bam­bino non erano sco­no­sciute.

Secondo le stra­va­ganti favo­lette dei sacer­doti e dei let­te­rati greci, poi, che ancora pas­sano per “miti”, Hera sarebbe stata ingo­iata dal padre Crono alla nascita e sal­vata con uno stra­ta­gemma; sarebbe stata sorella e moglie di Zeus, il cosid­detto “padre degli dei”; sarebbe stata la più ven­di­ca­tiva delle dee, tutte “qua­lità” che erano agli anti­podi delle qua­lità della Madonna con il Bam­bino. Ciò vuol dire che con “EN PEDIOI” Kyni­skos intese spe­ci­fi­care effet­ti­va­mente una Madonna (o Madre-Genti, Madre di tutti) itala/enotria  con il Bam­bino, affin­ché non fosse con­fusa con la dèa Hera greca.

Circa la parola ORTAMOS”, che com­pare uni­ca­mente su quest’Ascia, M. Guar­ducci, seguendo la dif­fusa quanto distorta visuale gre­co­cen­trica e “reli­gio­ne­gre­co­cen­trica” della “sto­ria” antica (che quasi non pre­vede  reli­gio­sità nei Calabro-Lucani), ha inteso un non meglio spe­ci­fi­cato “orta­mos“ (ma pro­pen­deva per “macel­laio” o “macel­laio sacro” — Op. cit., p. 50 -, come poi hanno inteso i respon­sa­bili del Bri­tish Museum) e G. P. Car­ra­telli ha inteso dun­que “vit­ti­ma­rio”, ucci­sore di ani­mali da sacri­fi­care a divinità.

Si noti, invece, che Ste­fano Bizan­tino (V-VI sec. d. C.) riferì da Eca­teo di Mileto (VI sec. a. C.) il nome di una città dell’Iinterno della Peni­sola Calabro-Lucana: Arte­mí­sion (e con essa Akra, Arinte, Kossa, Mene­kine, Ninaia, ecc., tutti nomi di città della Cala­bria set­ten­trio­nale, ai quali oggi rispon­dono Acri, Rende, Cosenza o Cas­sano, Men­di­cino, San Donato Ninèa), e che pro­prio nel mezzo di que­ste città e pro­prio sulla Mon­ta­gna del Pet­to­ruto è una loca­lità chia­mata Arte­mí­sia (e anche Casa­lini), un tempo abi­tata, il cui nome l’archeologa Paola Zan­cani Mon­tuoro, cre­den­dolo inven­zione di eru­diti locali in quanto apparso nella car­to­gra­fia in tempi recenti, ha con­si­de­rato fra le “ipo­tesi più o meno giu­sti­fi­cate o pura­mente fan­ta­sti­che e che comun­que pro­du­cono col pas­sare del tempo un pre­con­cetto dan­noso per l’obiettività sto­rica” (Ricer­che intorno a Temesa, cit. p. 9). Ma l’ “obiet­ti­vità sto­rica” non ha mai tra­la­sciato la tra­di­zione orale (che, certo, va esa­mi­nata con scru­polo), e la stessa archeo­loga ha affer­mato sia che l’esame delle cera­mi­che che ha lì ritro­vate le con­sen­ti­vano di “esten­dere l’àmbito cro­no­lo­gico dalla pro­to­sto­ria all’alto medioevo”, sia che lì era un “grande abi­tato”, “un’area molto estesa dell’abitato antico”; il vero signi­fi­cato del nome Arte­mi­sia, in cui ella vedeva Temesa, ha poi quasi com­preso anche dal punto di vista lin­gui­stico quando le è sem­brato che “deri­vasse piut­to­sto da Temesa (l’antica città del rame itala-enotria citata, fra gli altri, da Omero – Odis­sea 180–184 – e Stra­bone – Geo­gra­fia, VI, 1, 5 –, che i Romani chia­ma­vano Tempsa, e così poi i medie­vali) che da Arte­mi­sion” (cit. p. 19).

La vici­nanza fone­tica e geo­gra­fica fra l’Arte­mí­sia di Eca­teo di Mileto, Arte­mi­sia e la parola “orta­mos” dell’Ascia è tut­ta­via evidente.

A mio parere il nome Arte­mí­sion signi­fica “A Rte­mi­sion” (non posso chia­rire in que­sto arti­colo i risul­tati dei miei studi sulla Fone­màn­tica), espres­sione nella quale, la ‘A è mutante dell’articolo cala­brese plu­rale ‘I (li); simil­mente, in ita­liano, a farci caso, avvi­ci­nare è “(l)u–vicin(o)-(f)are”, aggiu­stare è “(l)u–giust(o)-(f)are”,  acco­mo­darsi è “(l)u–comod(o)-(f)are-sé”, ecc.), e ha il signi­fi­cato de “I Rtemi­siani” (un napo­le­tano mute­rebbe in “’E Rte­mi­siani” e il signi­fi­cato non cam­bie­rebbe), “’I Treme­siani”, “’I Teme­sani” (nomi simili, rife­riti agli abi­tanti delle città più che alle città stesse, anti­ca­mente erano molto dif­fusi); non per niente nella Cala­bria set­ten­trio­nale, nella quale visse Kyni­skos, il suono T è reso anche con TR, come timpa= sia timba che tremba; mae­stro= sia mastu che mastru, e può diven­tare RT, come in inne­sto= sia ‘nzitu che ‘nzíartu. Arte­mi­sia vuol dire dun­que, come si capirà bene più avanti, La Tre­me­sia, La Teme­sia, TEMESA .

Ora, molti stu­diosi sosten­gono che Temesa fosse ubi­cata verso il Pet­to­ruto, non altrove, come oggi cre­dono i più (sosten­gono con non poche for­za­ture cam­pa­ni­li­sti­che che si tro­vasse nella fra­zione Imbelli del Comune di Aman­tea), ed io stesso affermo che si trovava nei luo­ghi di Arte­mi­sia, come conto di dimo­strare in altra sede. Que­sto dicono ulte­riori e impor­tanti nomi e espres­sioni di quell’area, oltre che, devo dire, le miniere a cielo aperto abban­do­nate della som­mità della Mon­ta­gna del Pet­to­ruto e din­torni, senza tra­scu­rare la Grotta della Monaca della vicina S. Agata d’Esaro,  sfrut­tata come miniera di rame già verso il 5.000 a. C. — FATTO IMPORTANTISSIMO, CHE SPOSTA INDIETRO NEL TEMPO DI ALMENO 2.000 ANNI L’ETADEL RAME, O PERIODO ENEOLITICO DELLA PENISOLA CALABRO-LUCANA, e la rende la più antica miniera cono­sciuta in asso­luto , e senza tra­scu­rare i mine­rali metal­lici delle vicine aree di S. Donato di Ninèa e del fiume Grondo di Alto­monte -: andando al San­tua­rio del Pet­to­ruto, poco dopo l’arco si costeg­gia il fiume Rosa e si passa al di sotto di un impo­nente spe­rone roc­cioso chia­mato sia Timba d’a Vèc­chia che Sabat’a Vèc­chia (Fig. 3, 4, 5 e 6).

Fig. 3. La Chiesa del Pet­to­ruto, immersa in una fore­sta di olivi sel­va­tici, così come si scorge dall’antica via San Sosti — Dia­mante (oggi per­cor­ri­bile solo a piedi e con guida). In basso è il fiume Rosa. Al di sopra di esso si erge la Timba d’a Vèc­chia o Sabat’a Vècchia.
Fig. 4. Il fiume Rosa.
Fig. 5. La Timba d’a Vèc­chia o Sabat’a Vècchia.
Fig. 6. Il San­tua­rio della Madonna del Pettoruto.

In realtà que­ste due espres­sioni erano Tím­masa Vèc­chia e Sup’e Timèc­chia, espres­sioni che, al di là delle sto­rielle che si rac­con­tano su quella timpa, vale­vano e val­gono Temesa Vèc­chia e Sopra è Timèc­chia o, se si vuole, Timè­scia, Timí­sia, Tri­mí­sia, Rti­mí­sia, Timèssa, Tíam­misa, come avrebbe potuto e potrebbe pro­nun­ciare qual­siasi abi­tante di quell’area lin­gui­stica con leg­gere muta­zioni della parola TEMESA.

Arte­mi­sia, che era Temesa vec­chia, si trova più in alto, più all’interno e per­fet­ta­mente a sud pro­prio su quella timpa: ne con­se­gue che Arte­mi­sia e Temesa erano effet­ti­va­mente nomi diversi della mede­sima città (Fig. 7).

Fig. 7. La Mon­ta­gna del Pet­to­ruto. A destra è La Mula, a sini­stra si intra­vede la Mon­ta­gna del Pet­to­ruto, sulla quale era ubi­cata Temesa; al di là di essa è Mon­tea. La città della foto è Mottafollone.

Non basta: nella valle che sul ver­sante tir­re­nico della Catena Appen­ni­nica Costiera costi­tui­sce il natu­rale pro­se­gui­mento di quella del Rosa o della Mon­ta­gna Spac­cata, cioè nel tratto occi­den­tale dell’antica via ist­mica Sibari-Diamante, scorre il fiume oggi chia­mato Cor­vino, che sfo­cia nel Tir­reno a Dia­mante; sia esso che la stessa Dia­mante ancora nel 1.500 erano chia­mati DIAMAS (v. G. Bar­rio, Anti­chità e Luo­ghi della Cala­bria, trad. A. Man­cuso, ed. Bren­ner, Cosenza, 1979, p. 178 – I ed. Roma, 1571 –). Mi pare evi­dente che: a) il Dia­mas fosse il “Tía­misu”, il fiume di “Tía­misa”, quello per andare a Temesa dal Tir­reno (pas­sando per il Varco del Palom­baro, a ca. 1.000 metri s.l.m.); b) il nome della città di DIAMANTE equi­valga a “Diamas-gènti”, a “Tiam(is)ènti”, a TEMESANI; Dia­mante era, cioè, il porto di Temesa (Arte­mi­sia e San Sosti distano dal Mar Jonio oltre 40 km in linea d’aria, ma da Dia­mante meno della metà). Rivelo, infatti, che esi­ste una pic­cola e poco cono­sciuta mappa, custo­dita nell’Archivio di Stato di Napoli, nella quale sono rico­piati luo­ghi dell’area di Dia­mante e dell’interno del 1.400; la città di Dia­mante vi risulta con il nome di DIAMESA (Fig. 8);

Fig. 8. Mappa di luo­ghi dell’area del Lao, di Dia­mante e dell’interno delle terre nel 1.400 (Archi­vio di Stato, Napoli). Da: Ila­rio Prin­cipe, Carte Geo­gra­fi­che di Cala­bria nella Rac­colta Zerbi, Mapo­graf, Vibo Valen­tia, 1989, p. 30.

in alto e appena a destra è anche il nome di Temsa (che abbrac­cia la Mon­ta­gna del Pet­to­ruto fino a S. Agata d’Esaro), il solo nome escritto e  evi­den­ziato due volte: in obli­quo verso l’alto e con la finale sa che diventa T ini­ziale di nuovo del nome Temsa, sta­volta scritto in obli­quo verso il basso (la m è stata par­zial­mente abrasa, come con pre­ci­sione alcuni interi nomi, e le abra­sioni sono mime­tiz­zate con alcune altre fatte qua e là). In essa il Cor­vino è chia­mato “Tmmando”, cioè Tiammando, con due let­tere anch’esse abrase; il Rosa ha il nome di Uaudo F[iume] e all’estremità cen­trale supe­riore, dopo Temsa, per con­ferma sono i nomi del val­lone di Mare­vito (nel quale scorre l’Esaro) e della stessa Mare­vito, che sono dell’attuale Mal­vito, che nei par­lari locali è Mari­vítu.

Si da’ il caso, ora, che pro­prio nei luo­ghi del ritro­va­mento dell’Ascia, sul ver­sante nord della Mon­ta­gna del Pet­to­ruto, esi­sta un san­tua­rio, pro­prio quello della Madonna del Pet­to­ruto (Fig. 9 e 10).

Fig. 9. Il San­tua­rio attuale della Madonna del Pettoruto.
Fig. 10. La raf­fi­gu­ra­zione attuale della Madonna del Pettoruto.

L’espressione Madonna del Pet­to­ruto, a farci caso, signi­fica Madonna dal Par­to­rito, dal Bam­bino: si metta infatti in rela­zione la parola Pet­to­ruto con altre che si ritro­vano in Ita­lia come putto, feto, mulo, puto, puteo, putatto, putelo, qua­tràru, ecc.; con la fran­cese fami­liare pote; con la stessa greca pedhí e con quella in sàn­scrito – antica lin­gua dell’India – putra, che hanno tutte il signi­fi­cato di figlio, bam­bino; si pensi anche al nome del figlio dei qua­dru­pedi (sem­pre figlio è), pule­dro, che nei par­lari cala­bresi è pud­drítu, pud­drí­tru, pul­lí­tru; ciò signi­fica che Pet­to­ruto è “mutante spe­ci­fi­cante” di que­sti tipi di parole e ha il signi­fi­cato di putr–(h)at(t)o= putto-fatto, pull–(h)at(t)o= figlio-fàtto, figliàto, figliólo, fíglio, e signi­fica che quella Madonna è anche Madonna del Parto (lo intui­scono bene le donne incinte che a Lei si rivol­gono ancora per­ché cre­dono di rice­vere la gra­zia di par­to­rire un bel bam­bino e rima­nere in vita e in buona salute: “Gó’ji mi nni và’ju e non sàcc’iu si ritúarnu, / Ver­gini bella, no’ mm’abbannunà!”…), defi­nita “del Pet­to­ruto” per carat­te­riz­zarla, per “esclu­si­viz­zarla” rispetto alle Madonne vene­rate in altre città. Per esem­pio, il nome della Madonna ACHIROPITA di Ros­sano, ora si capirà, è “esclu­si­viz­za­zione” deri­vante da un’antica espres­sione popo­lare locale: “‘A-Chir’u-Púttu”= La Madre dal Putto, difatti si tratta di un’altra Madonna con il Bam­bino (non per caso detta sorella di quella del Pet­to­ruto). E così la Patrona di Cosenza è “esclu­si­viz­zata” in Madonna del “Pilè­rio”: non essen­dosi com­presa la logica lin­gui­stica che generò la parola “Pilè­riju”, su que­sto nome si è inven­tato di tutto; in realtà si tratta di un’altra Madonna dal “Pul­là­rio”, dal “Put­tà­rio” o, alla latina, dal “Pue­rulo”, come tutte le anti­che Madonne d’Italia/Enotria.

Altro che Pet­to­ruto= Petruto= Pie­troso (nei par­lari cala­bresi, pie­troso= pitrusu, non pitrutu…); che Achi­ro­píta= “Non fatta da mani”; che Pile­rio= pila­stro, o porta, come si inventa, rivolti sem­pre e comun­que, anche col tor­ci­collo, verso la Gre­cia (o verso Roma).

E’ all’antichissima Madonna itala/enotria del Pet­to­ruto, dun­que, che Kyni­skos fece offerta dell’Ascia. Per con­se­guenza M. Guar­ducci e P. Zan­cani Mon­tuoro sul signi­fi­cato dell’epigrafe di Kyni­skos hanno preso uno degli innu­me­re­voli “gran­chi” che pren­dono gli stu­diosi (e prende e per­pe­tua chi li segue in modo acri­tico) nell’interpretazione di fatti del nostro pas­sato, e ciò avviene soprat­tutto per­ché li pas­sano al “fil­tro” della let­te­ra­tura greca e non con­si­de­rano il mondo italo/enotrio. Voglio dire anche che “gran­chio” simile hanno preso gli stu­diosi del poeta fran­cese Fra­nçois Vil­lon (XV sec.) i quali, nella sua poe­sia Bal­lade des Dames du temps jadis (Bal­lata delle Dame del tempo che fu) hanno tra­dotto alla let­tera l’espressione “Ber­the au grand pied (si vede la somi­glianza di pied con “pedioi” e con putto) con “Berta dal grande piede”, e non con “Berta dal grande figlio”, per cui Berta, la madre di Carlo Magno, è diven­tata famosa, para­dos­sal­mente, non per­ché aveva un grande figlio (Carlo Magno) quanto per­ché aveva un grande … piede.

Non potendo sof­fer­marmi, qui, sulle impo­sture gre­che riguar­danti Temesa, evi­den­zio tut­ta­via che la sua ubi­ca­zione e quella del suo San­tua­rio sulla Mon­ta­gna del Pet­to­ruto si dedu­cono per­fet­ta­mente dall’analisi incro­ciata di due anti­chi brani, uno di Stra­bone (scrisse ai tempi di Cri­sto) e l’altro di Pau­sa­nia (II sec. d. C.): il primo, nel brano che ho citato più sopra, indicò Temesa a sud di Laos (in realtà a Laos cor­ri­sponde Sca­lèa, non Mar­cel­lina, poi­ché egli disse Laos “l’ultima [città] della Luca­nia” dei suoi tempi, e su un fatto così risa­puto non poteva men­tire – VI, 1, 1 –, per cui con Temesa egli inten­deva anche il suo porto, cioè Dia­mante antica), e parlò di un “pic­colo tem­pio cir­con­dato da olivi sel­va­tici” che si tro­vava presso Temesa (come il san­tua­rio del Pet­to­ruto è cir­con­dato da una fore­sta di olivi sel­va­tici e si trova presso Arte­mi­sia – Fig. 3 e 6 –); sarebbe stato dedi­cato allo spi­rito di un com­pa­gno di Ulisse, detto Polite (già nomi­nato da Omero), “ucciso a tra­di­mento dai bar­bari”, come egli, che era il vero bar­baro, stra­volse (poi­ché istruito alla sofi­stica, o “arte della men­zo­gna”, antico vizio degli anti­chi let­te­rati greci). I Teme­sani, poi, a suo parere, a que­sto “Polite” avreb­bero pagato un non meglio spe­ci­fi­cato “tri­buto”.

Pau­sa­nia riprese il rac­conto di Stra­bone nel brano che riporto più avanti, ambien­tato ai tempi della cosid­detta Guerra di Troia (secondo gli archeo­logi sarebbe risa­lita al 1.200 a. C.): per lui il “POLITE” com­pa­gno di “Ulisse” (nome con cui tra sé e sé quel rozzo inten­deva il “PULLITRU”, il Bam­bi­nello della Madonna) era uno stu­pra­tore e un demo­nio; il “tem­pietto” di Stra­bone era “TEMPIO” costruito su un’ ”AREA SACRA” e dedi­cato allo spi­rito di que­sto stu­pra­tore; il “tri­buto” sul quale Stra­bone tac­que era quello di dare “ogni anno in moglie la più bella tra le fan­ciulle di TEMESA allo stu­pra­tore e “tra­di­zio­nale rito del DEMONE.

In realtà era la MADONNA del Pet­to­ruto che egli, greco rozzo e bla­sfemo qual era, addi­tava a demo­nio, “ter­ri­bil­mente nero di colore e tre­mendo in tutto il suo aspetto, ed era avvolto in una pelle di lupo”. Sul signi­fi­cato del nome che Pau­sa­nia Le diede non dirò nulla, per­ché è troppo sconcio.

Egli tur­lu­pinò così: “Fu al ritorno in Ita­lia che Eutimo com­batté con l’EROE [il dèmone, l’anima dello stu­pra­tore]; i fatti sono que­sti. Rac­con­tano che Odis­seo, nel suo pere­gri­nare dopo la presa di Ilio, fu sbat­tuto dai venti in diverse città dell’Italia [cioè della Peni­sola Calabro-Lucana, o antica Italia/Enotria] e della Sici­lia, e giunse con le navi anche a Temesa; e lì uno dei mari­nai, ubriaco, fece vio­lenza a una VERGINE e per que­sto misfatto fu lapi­dato dalla gente del luogo [disse lui, attri­buendo ai Teme­sani pra­ti­che gre­che, per fare pas­sare anch’essi come assas­sini]. Senza tenere in alcun conto la sua fine, Odis­seo salpò e pro­se­guì il suo viag­gio, ma il dèmone dell’uomo lapi­dato non lasciava pas­sare nes­suna occa­sione per ucci­dere a sua volta quelli di Temesa, ven­di­can­dosi sulla gente di tutte le età; e gli abi­tanti del luogo nutri­vano l’intenzione di fug­gire del tutto dall’Italia [misti­ficò Pau­sa­nia], ma la Pizia [gli Itali/Enotri non cre­de­vano alle “pizie”, cioè alle maghe, come i Greci] non per­mise che abban­do­nas­sero Temesa e ordinò loro di PLACARE L’EROE [cioè lo stu­pra­tore], desti­nan­do­gli un’AREA SACRA e costruen­dovi un TEMPIO, e di dar­gli OGNI ANNO in moglie la più bella fra le FANCIULLE di Temesa. Ed essi com­pi­rono le pre­scri­zioni del dio e, quanto al resto, non ebbero più nulla da temere da parte del dèmone, ma Eutimo – giunto a Temesa men­tre si com­piva il TRADIZIONALE RITO per il DEMONE – s’informò della loro situa­zione e fu preso dal desi­de­rio di ENTRARE NEL TEMPIO e GUARDARE la RAGAZZA [in realtà la Madonna del Pet­to­ruto]; come la vide, dap­prima ne ebbe com­pas­sione e poi se ne inna­morò: la FANCIULLA gli giurò che se l’avesse sal­vata lo avrebbe spo­sato ed Eutimo, vestite le armi, attese a pie’ fermo l’assalto del dèmone. Riu­scì vin­ci­tore nel duello e l’Eroe, cac­ciato dalla terra, scom­parve immer­gen­dosi in mare; Eutimo cele­brò magni­fi­che nozze e gli uomini di quel paese furono per sem­pre libe­rati dal DEMONE. A pro­po­sito di Eutimo ho sen­tito dire anche che per­venne a un’estrema vec­chiaia e che sfuggì alla morte sepa­ran­dosi dagli uomini in un altro e diverso modo. Che Temesa sia abi­tata anche ai miei giorni l’ho sen­tito dire da uno che vi si era recato via mare per motivi di com­mer­cio [in realtà Pau­sa­nia pen­sava al com­mer­ciante “MENTE” dell’Odissea di Omero — I, 180–184 -]. Que­sto l’ho sen­tito dire [lo aveva letto, appunto, nell’Odissea, o  Ulis­sea]; cono­sco invece, per­ché mi è capi­tato di vederla, una pit­tura, che era una copia di una pit­tura antica. Raf­fi­gu­rava un gio­vi­netto, Sibari, un fiume, il Cala­bro, e una fonte, Calica, e inol­tre Hera e la città di Temesa; tra que­ste figure vi era anche il Dèmone [lo spi­rito dello stu­pra­tore, a suo dire, al quale i Teme­sani avreb­bero eretto un San­tua­rio! In realtà si trat­tava di una raf­fi­gu­ra­zione della Madonna del Pet­to­ruto che vegliava sul San­tua­rio, sul Rosa e sull’antica San Sosti, come tal­volta è raf­fi­gu­rata ancora oggi] che Eutimo scac­ciò – ter­ri­bil­mente nero di colore e tre­mendo in tutto il suo aspetto– ed era avvolto in una pelle di lupo; l’iscrizione sulla pit­tura ne dava anche il nome: Ali­bante (Pau­sa­nia, VI, 6, 7–11. Trad. G. Mad­doli e M. Nafissi: Pau­sa­nia, Guida della Gre­cia, VI. Mon­da­dori, 1999, pp. 45–47).

Noti ora il Let­tore che il fiume Rosa nasce dal Monte Vatti LUPO e che la Mon­ta­gna del Pet­to­ruto, deli­mi­tata a nord dal Rosa, a sud è deli­mi­tata dal fiume LISSIENO, due nomi che ancora oggi sono in rela­zione con il demone nero avvolto in una pelle di LUPO e l’ULISSE di Pau­sa­nia; que­sti due nomi  signi­fi­cano dun­que che egli visitò que­sti luo­ghi, e che se ne servì per le sue imposture.

Pau­sa­nia, che fu solo uno degli innu­me­re­voli frot­to­lai greci, da un canto, dun­que, sfre­giò con la scrit­tura la Madonna del Pet­to­ruto, il suo San­tua­rio e, come si vedrà, un RITO a Lei dedi­cato; dall’altro, per­so­ni­fi­cando la città italo-greca di Sibari in un gio­va­netto (che in realtà era quello sti­liz­zato su un po’ tutte le monete delle città dell’Italia Meri­dio­nale, a comin­ciare da Pan­do­sia, la capi­tale d’Italia/Enotria che si tro­vava “poco sopra” Cosenza – Stra­bone, VI, 1, 5 –); citando il Cala­bros (il Rosa, che flui­sce nell’Esaro) e la fonte Calica (in realtà la fonte oggi detta “Acqua Bene­detta”, che scorre die­tro il San­tua­rio del Pet­to­ruto ed è stata murata per la costru­zione di un ser­ba­toio, ma se ne sente il rumore); asso­ciando al nome di Temesa quello della dèa greca Hera, riu­scì a usur­pare tutto ciò per Sibari e per la Gre­cia, e rie­sce ancora a tur­lu­pi­nare ancora gli stu­diosi del mondo intero.

A riprova di ciò è il fatto che a suo stesso dire il TEMPIO non era dedi­cato a HERA, bensì allo stu­pra­tore, al DEMONIO, ope­ra­zione sofi­stica mediante la quale egli violò ed eli­minò a parole la MADONNA del Pet­to­ruto,  a parole ne fece arte­fice un greco e a parole la usurpò sublo­la­mente come HERA.

Che Pau­sa­nia nel suo rac­con­tino scon­cio (ma utile per capire) occul­tasse la Madonna del Pet­to­ruto, il suo San­tua­rio e un RITO RELIGIOSO italo/enotrio a Lei dedi­cato, si com­prende anche dai seguenti fatti: a) quella Madonna, che egli invertì in demo­nio nero (si noti che sia la parola DEMONIO che la greca “DAIMON sono quasi ana­grammi di MADONNA e ne hanno il signi­fi­cato con­tra­rio), è SCOLPITA NELLA PIETRA NERA, si trat­tava e si tratta di una MADONNA NERA (il cui culto si ritrova in tutto il Mondo Occi­den­tale anche ai nostri tempi), alla quale i preti di Roma hanno mutato il colore e i con­no­tati per meglio usur­parla anche essi; b) il “tri­buto” dei Teme­sani, che secondo Stra­bone sarebbe stato per “Polite”, e che Pau­sa­nia invertì in “TRADIZIONALE RITO DEL DEMONE”, in realtà era un RITO italo/enotrio che si svol­geva al Pet­to­ruto (al quale Pau­sa­nia dovette assi­stere), era il TRADIZIONALE RITO DELLA MADONNA.

Esso non con­si­steva nel dare OGNI ANNOin moglie” una FANCIULLA a un DEMONIO, ma nel dare OGNI ANNO, come figlia adot­tiva una FANCIULLA alla MADONNA (in rap­pre­sen­tanza di tutte le fan­ciulle teme­sane nate nello stesso anno), o meglio, con­si­steva nell’offerta sim­bo­lica alla Madonna del suo sesso (o conno, parola ormai desueta, che in cala­brese è anche ciúnnu, franc. con, ingl. kunt, gr. ant. ghe­nos, sàn­scrito yoni, cin. scin) sotto forma di cinto: manu­fatto tron­co­pi­ra­mi­dale o cubico, non grande, fatto con canne (sim­bo­li­smo per somi­glianza di suoni con conno), ador­nato con cinte o nastri mul­ti­co­lori e mol­tis­sime canníli (candele), por­tato alla Madonna fra pre­ghiere, canti e suoni di zam­po­gne e orga­netti, con gioia, affin­ché Ella vegliasse su di lei e su di loro da Madrina spe­cial­mente un giorno, al momento del parto. Infatti que­sto rito al Pet­to­ruto si svolge tut­tora, la prima dome­nica di mag­gio: è il Rito della Cinta.

Amore per la verità vuole che dica che i preti di Roma hanno usur­pato anche que­sto RITO e che lo hanno sna­tu­rato: hanno spac­ciato e spac­ciano per vera una sto­riella su un pre­teso mira­colo della Madonna che avrebbe sal­vato da una pesti­lenza i San­so­stesi, nel 1.600, facendo cin­gere la loro città con uno spago, da cui sarebbe deri­vato il nome della Cinta (ma que­sto rito si cele­brava anche a Mot­ta­fol­lone, a Mal­vito, a S. Agata d’Esaro…). Il rito ori­gi­na­rio e mera­vi­glioso del cinto hanno fatto diven­tare rito di un lungo “spago” “ince­rato”, che una FANCIULLA di San Sosti, vestita di bianco come una sposa e seduta con altre fan­ciulle su un camion­cino addob­bato a festa, oggi porta in un canestro da lì all’inizio dell’AREA SACRA del Pet­to­ruto, poi in pro­ces­sione, con il canestro sul capo, alla MADONNA, nel SANTUARIO, dove viene bene­detto, tagliato a pez­zet­tini e distri­buito alla gente, che se ne torna a casa con il pez­zet­tino di “spago” (che in realtà sta per spacco …) “ince­rato”.

Ciò che affermo sulla Cinta è vero per il fatto che alla Madonna del Pet­to­ruto il manu­fatto tron­co­pi­ra­mi­dale o cubico (il cinto) por­tano ancora le donne incinte e le madri, sul capo (come il canestro por­tato dalla cinta, cioè dalla FANCIULLA), ma facen­dole que­sto grande dono, che costa loro un grande sforzo, per con­tra­cam­biarla della “gra­zia rice­vuta”, o da rice­vere, nei giorni della sua Festa (primi otto giorni di set­tem­bre, una durata abnorme che signi­fica ancora la devo­zione per quella Madonna). Sta­volta un cinto grande, largo e alto anche più di un metro, e lo stesso fanno ancora le madri in altre città della Peni­sola Calabro-Lucana, ma solo nei giorni della festa della Madonna con il Bam­bino, non con rito spe­ci­fico per le fan­ciulle, quale è la Cinta di San Sosti.

Lo por­tano, per esem­pio, il 15 ago­sto, alla Madonna del “Gra­nato” (in realtà Madonna dal “Qua­tra(ru)-natu”, dal “Putra-nato”, sem­pre Madonna con il Bam­bino) di Capac­cio Vec­chio, presso Pae­stum (oggi in Cam­pa­nia, in pro­vin­cia di Salerno), dove la parola conno è mutata in centa (Festa della Centa), e Le por­tano anche bar­chette (per­ché, per la loro forma, anche se se n’è per­duto il senso, si pre­sta­vano, e si pre­stano, a sim­bo­leg­giare il sesso fem­mi­nile - si pensi anche al signi­fi­cato pro­fondo di parole come canoa, canotto, gondola, ecc. -) (Fig. 11).

Fig. 11. Capac­cio Vec­chio (Salerno), 15 ago­sto 2005, San­tua­rio della Madonna del Gra­nato, Festa della Centa. Le fami­glie ini­ziano ad avviarsi al San­tua­rio verso le quat­tro del mat­tino (certo a causa del caldo afoso del giorno estivo) e por­tano alla Madonna cente e cinti (anche illu­mi­nati con uso di bat­te­rie). La ceri­mo­nia ini­zia verso le sei e fini­sce verso le sette.

Bar­chette (cente) e cinti ven­gono por­tati, il 25 aprile, anche alla Madonna delle “Armi” di Cer­chiara di Cala­bria (nel par­lare locale è “Madonn’i l’Armi”, che in ita­liano, cor­ret­ta­mente, è Madonna delle Anime, e ha il Bam­bino, non le armi), e il primo gio­vedì, venerdì e sabato di luglio alla Madonna del “Pol­lino” (cioè, in que­sto caso, “dal Putrino”, “dal Put­tino”) di San Seve­rino Lucano (Fig. 12).

Fig. 12. San Seve­rino Lucano (Potenza): madre che porta il cinto alla Madonna del “Pol­lino”. Da: Gen­naro Cosen­tino, I rifugi dell’anima. Luo­ghi di culto del Parco del Pol­lino, Ed. Galas­sia, Cosenza, 2001, p. 78.

Dovrebbe per­fino distur­bare ora l’idea di un’Ascia di Kyni­skos “ammaz­za­ni­mali”, “alla sacer­doti greci” (che, fra l’altro, tur­lu­pi­na­vano i fedeli facendo cre­dere loro di pre­dire il futuro leg­gen­dolo nelle viscere degli ani­mali, o dallo stor­mire delle foglie, o facendo cir­co­lare voci di pre­vi­sioni a fatti avve­nuti), asso­ciata a una Hera “EN PEDIOI” che di greco e di pia­nura in realtà non aveva niente.

Dall’ambientazione del rac­conto di Pau­sa­nia ai tempi della Guerra di Troia, poi, si deduce che il pic­colo San­tua­rio ori­gi­na­rio della Madonna del Pet­to­ruto (che si intra­vede sulla destra in qual­che foto del Pet­to­ruto degli inizi del ‘900) non era di qual­che secolo addie­tro, come si afferma, ma ante­riore ai tempi di Omero e delle monete di Temesa, aveva cioè oltre 2.500 anni (Fig. 13).

Fig. 13. Sulla destra è il  pic­colo e anti­chis­simo San­tua­rio della        Madonna del Pettoruto.

Altro che la favo­letta sull’autore della sta­tua, che sarebbe stato un  a dir poco ambi­guo “scuol­tore” “Nicola” “Mairo” di Alto­monte! Altro che le onni­pre­senti favo­lette dei pasto­relli (in realtà impo­sto­relli), o del pasto­rello, più o meno sor­do­muto (per meglio incu­nearsi nei sen­ti­menti e nella cre­du­lità della gente), che in que­sto caso avrebbe ritro­vato la sta­tua della Madonna del Pet­to­ruto – che invece è sem­pre stata dov’è – e avrebbe fatto costruire il San­tua­rio! Favo­lette che oltre ad usur­pare ser­vi­vano e ser­vono per atti­rare verso la Chiesa di Roma e a misu­rare l’indice di cre­du­lità popo­lare.

Dovrebbe essere chiaro, a que­sto punto, che se Temesa vec­chia, o Temesa soprana era Arte­mi­sia, Temesa nuova, o Temesa sot­tana era San Sosti (che in realtà assunse que­sto nome in tempi piut­to­sto recenti uni­ca­mente in quanto “(Città della) SANTA SOSTA”, pro­prio per­ché coloro che attra­ver­sa­vano la via San Sosti-Diamante SOSTAvano nel luogo SANTO del Pet­to­ruto per salu­tare la Madonna), e che la parola “ORTAMOS” dell’Ascia era un etnico che signi­fi­cava “O RTAMOS”= “ ‘U RTIMISIU”=” ‘U TRIMISIU”= IL TEMESIO= IL TEMESO; quel Kyni­skos, cioè, poten­dosi con­fon­dere il suo nome con quello di altri immi­grati greci, invece di usare il patro­ni­mico pre­ferì usare l’etnico per il quale era cono­sciuto, per cui oggi egli si defi­ni­rebbe “KYNISKOS IL …  SANSOSTESE”.

C’è poi il fatto che egli dedicò l’Ascia come “decima dei lavori”: lo fece, molto sem­pli­ce­mente, per­ché in realtà egli era un fab­bro  (avrebbe rega­lato alla Madonna, altri­menti,  un’ascia-martello stru­mento di morte?), un fab­bro che lavo­rava in Artemisia/Temesa/San Sosti antica (l’allora più impor­tante città del Medi­ter­ra­neo per l’estrazione di mine­rali di rame e la lavo­ra­zione del rame e del bronzo), non in Sibari, come affer­mano som­ma­ria­mente i respon­sa­bili del Bri­tish Museum .

Oltre all’epigrafe, cat­te­ri­stica impor­tante dell’Ascia è di non avere il taglio, giac­ché da Kyni­skos esso fu tron­cato (Fig. 1 e 2). Que­sto fatto è stato elu­cu­brato come fun­zio­nale per sacri­fici di ani­mali mediante ucci­sione senza fuo­riu­scita di san­gue, con “colpo secco alla tem­pia o alla nuca” o “con colpo secco in un punto vitale”, ma ciò non spiega per­ché da un lato l’Ascia sia a mar­tello; inol­tre se fosse ser­vita per simili bar­bari e disgu­stosi sacri­fici (che pote­vano pure essere dei sacer­doti greci, ma non di quelli itali/enotri), il tron­ca­mento del taglio (di un manu­fatto così ben model­lato ) sarebbe stato leg­ger­mente arro­ton­dato, per non fare cor­rere al pre­teso vit­ti­ma­rio rischi di cau­sare alla pre­tesa vit­tima ferite invo­lon­ta­rie, invece il tron­ca­mento è netto, fatto che signi­fica volontà di evidenziarlo.

In realtà, sia il tron­ca­mento che la dispo­si­zione dell’epigrafe erano accor­gi­menti che dimo­stra­vano, e dimo­strano, la sen­si­bi­lità di Kyni­skos (egli, degli Itali/Enotri, come tanti altri immi­grati, aveva assi­mi­lato anche la sen­si­bi­lità reli­giosa) che eli­minò il taglio dall’Ascia affin­ché la Madonna …non si tagliasse (quelle che ven­deva, invece, oltre a tagliare ser­vi­vano per inchio­dare, erano a dop­pio uso); Kyni­skos, cioè, prima di offrir­gliela, la “sma­te­ria­lizzò”, mediante l’eliminazione dei suoi con­te­nuti intrin­seci di vio­lenza: non solo il taglio, ma anche la sua oriz­zon­ta­lità vio­lenta (come hanno arguito sta­volta giu­sta­mente Guar­ducci e Zan­cani Mon­tuoro); infatti per leg­gere l’epigrafe biso­gna disporre l’Ascia con la penna rivolta verso l’alto.

Per ciò che ho detto, la tra­du­zione cor­retta dell’epigrafe dell’Ascia è la seguente:

SONO SACRA A HERA, QUELLA CON IL BAMBINO [la Madonna del Pet­to­ruto]. MI DEDICOKYNISKOS IL TEMESIO, COME DECIMA DEI [suoi] LAVORI [di fab­bro]”.

E’ un vero sopruso, dun­que, che l’Ascia sia trat­te­nuta nel Bri­tish Museum e non sia resti­tuita al San­tua­rio del Pet­to­ruto, a testi­mo­nianza sia della sua anti­chità che della civiltà e della reli­gio­sità degli Itali/Enotri, e che la Festa della Cinta si svolga con lo “spago” “ince­rato”, e non con il rito del pic­colo cinto sim­bo­lico mediante il quale le fami­glie san­so­stesi, soprat­tutto le madri, con­ti­nuino ad offrire, ogni anno, le loro fan­ciulle come figlie adot­tive alla Madonna del Pettoruto.

Acri — Dicem­bre 2010

(Que­sto arti­colo è stato pub­bli­cato anche in APOLLINEA, la Rivi­sta Bime­strale del Ter­ri­to­rio del Parco Nazio­nale del Pol­lino. Edi­zioni “Il Coscile”. Castro­vil­lari. Anno XV, n. 3. Maggio-giugno 2011)


Il Monte Sellaro e la Grotta delle Ninfe di Cerchiara di Calabria (Cosenza) nell’Odissea di Omero.

Occu­pan­domi da tempo di veri­fi­che dei luo­ghi descritti dagli anti­chi let­te­rati greci, e avendo com­preso che molte loro descri­zioni che dovreb­bero riguar­dare la Gre­cia in realtà sono di luo­ghi dell’antica Italia/Enotria (cioè del ter­ri­to­rio della Peni­sola Calabro-Lucana com­preso fra il fiume Bra­dano di Meta­ponto, lo Stretto di Mes­sina e il fiume Sele di Pae­stum: v.


Un antico Porto nel Lago di Tarsia ?!

Nella Piana di Sibari e nella Valle del Crati è ancora dif­fusa la cre­denza secondo la quale que­sto fiume un tempo fosse navi­ga­bile. Esso tut­ta­via appare troppo poco pro­fondo per poterlo essere per natura. Quando, poi, lo sarebbe stato? E solo a tratti o in tutto il suo medio e basso corso? Lo avreb­bero sol­cato