Nel 1846 sulla Montagna del Pettoruto, nel Comune di San Sosti (Cosenza), è stata rinvenuta la famosa Ascia-Martello di Kyniskos, forse la più bella ascia di bronzo che si conosca. Prima custodita in San Sosti, oggi si ritrova a Londra, nel British Museum (Iscrizione n. 1.094. Bronzo 252, detto costruito in Sibari e di cultura greco-occidentale) (Fig. 1 e 2).
Essa, lunga 16,7 cm, presenta su una faccia della penna un’epigrafe, dal cui esame viene datata tra il 550 e il 500 a. C., che ne fa un ex voto dedicato da un italo-greco che si chiamava Kyniskos a una dèa Hera particolare: “TAS HERAS HIAROS / EMI TAS EN PEDI — / –OI . KYNISKO– / –S ME ANEDE– / –KE. ORTAMO– / –S. FERGON / DEKATAN”, ma le traduzioni del testo a mio parere hanno finora falsato il significato di questo dono votivo. Ne riporto alcune:
a) “Sono sacra a Giunone, la quale si venera nella pianura; Tinisco mi ha dedicata secondo il rito nella decima delle lane” (Leopoldo Pagano, in: Domenico Cerbelli, Monografia di Mottafollone, Napoli, 1857, p. 44).
b) “Sono sacro di Hera, quella in pianura. Kynískos mi dedicò, lo artamos, come decima dei (suoi) lavori” (Margherita Guarducci, Ricerche intorno a Temesa, La Scure-Martello da S. Sosti. II — La Dedica, in: Atti e Memorie della Società Magna Grecia, IX-X, 1968–69, p. 47);
c) “Sono sacro alla Hera che ha il suo santuario nel piano. Mi dedicò Kynískos il vittimario, come decima (del compenso) delle sue prestazioni” (Giovanni Pugliese Carratelli in: Megale Hellas, Garzanti-Scheiwiller, Milano, 1993, p. 38).
d) “Io sono consacrata ad Hera della Piana; Cinisco Ortamo, capo dei Veriani, mi dedicò come decima dei prodotti” (Carmelo Perrone, Il Santuario Basilica Maria SS.ma del Pettoruto, Ed. TS, Settingiano, CZ, 1994. p 18).
e) “I am the sacred property of Hera-in-the-Plain: Kyniskos the butcher dedicated me, a tithe from his works” [Sono sacra proprietà di Hera nella pianura: Kyniskos il macellaio mi ha dedicato, come decima dei suoi lavori] (British Museum).
In questa epigrafe un’espressione e una parola sono molto importanti per riconoscerne il vero significato, e anche altro: sono “EN PEDIOI” e “ORTAMOS”.
L’espressione “EN PEDIOI” è stata tradotta alla lettera, e con senso apparente e indeterminato: “nella pianura”, “nel piano”; ma al suo “EN” in italiano può rispondere anche “con”, e la parola “pedioi”/”pedion” (pianura) quasi si confonde con un’altra parola greca, “paidion” (bambino); c’è poi il fatto che il dittongo “ai” nelle lingue di origine indo-europea diventa spesso “e”, tanto che nello stesso greco moderno il bambino è chiamato “pedhí”, e non “paidhí” (si pensi anche a parole come PEDAgogia, PEDAgogo, ecc.).
Sembra proprio, dunque, che Kyniskos abbia coniato la parola “paidioi” (bambino) così come la pronunciava, “PEDIOI”, e che non abbia inteso affatto parlare di una Hera “in pianura”, bensì di una Hera “con il Bambino”.
Sembra proprio, anche, che egli abbia chiamato Hera una Madonna, precristiana e preromana, della Penisola Calabro-Lucana, o Italia/Enotria, dal culto della quale egli, immigrato greco, fosse stato conquistato: difatti non solo l’espressione “EN PEDIOI” nella letteratura greca non è mai associata a Hera né ad altre divinità, c’è anche il fatto che in Grecia ai tempi dell’Ascia le Hera (o altre dee) con il Bambino non erano sconosciute.
Secondo le stravaganti favolette dei sacerdoti e dei letterati greci, poi, che ancora passano per “miti”, Hera sarebbe stata ingoiata dal padre Crono alla nascita e salvata con uno stratagemma; sarebbe stata sorella e moglie di Zeus, il cosiddetto “padre degli dei”; sarebbe stata la più vendicativa delle dee, tutte “qualità” che erano agli antipodi delle qualità della Madonna con il Bambino. Ciò vuol dire che con “EN PEDIOI” Kyniskos intese specificare effettivamente una Madonna (o Madre-Genti, Madre di tutti) itala/enotria con il Bambino, affinché non fosse confusa con la dèa Hera greca.
Circa la parola “ORTAMOS”, che compare unicamente su quest’Ascia, M. Guarducci, seguendo la diffusa quanto distorta visuale grecocentrica e “religionegrecocentrica” della “storia” antica (che quasi non prevede religiosità nei Calabro-Lucani), ha inteso un non meglio specificato “ortamos“ (ma propendeva per “macellaio” o “macellaio sacro” — Op. cit., p. 50 -, come poi hanno inteso i responsabili del British Museum) e G. P. Carratelli ha inteso dunque “vittimario”, uccisore di animali da sacrificare a divinità.
Si noti, invece, che Stefano Bizantino (V-VI sec. d. C.) riferì da Ecateo di Mileto (VI sec. a. C.) il nome di una città dell’Iinterno della Penisola Calabro-Lucana: Artemísion (e con essa Akra, Arinte, Kossa, Menekine, Ninaia, ecc., tutti nomi di città della Calabria settentrionale, ai quali oggi rispondono Acri, Rende, Cosenza o Cassano, Mendicino, San Donato Ninèa), e che proprio nel mezzo di queste città e proprio sulla Montagna del Pettoruto è una località chiamata Artemísia (e anche Casalini), un tempo abitata, il cui nome l’archeologa Paola Zancani Montuoro, credendolo invenzione di eruditi locali in quanto apparso nella cartografia in tempi recenti, ha considerato fra le “ipotesi più o meno giustificate o puramente fantastiche e che comunque producono col passare del tempo un preconcetto dannoso per l’obiettività storica” (Ricerche intorno a Temesa, cit. p. 9). Ma l’ “obiettività storica” non ha mai tralasciato la tradizione orale (che, certo, va esaminata con scrupolo), e la stessa archeologa ha affermato sia che l’esame delle ceramiche che ha lì ritrovate le consentivano di “estendere l’àmbito cronologico dalla protostoria all’alto medioevo”, sia che lì era un “grande abitato”, “un’area molto estesa dell’abitato antico”; il vero significato del nome Artemisia, in cui ella vedeva Temesa, ha poi quasi compreso anche dal punto di vista linguistico quando le è sembrato che “derivasse piuttosto da Temesa (l’antica città del rame itala-enotria citata, fra gli altri, da Omero – Odissea 180–184 – e Strabone – Geografia, VI, 1, 5 –, che i Romani chiamavano Tempsa, e così poi i medievali) che da Artemision” (cit. p. 19).
La vicinanza fonetica e geografica fra l’Artemísia di Ecateo di Mileto, Artemisia e la parola “ortamos” dell’Ascia è tuttavia evidente.
A mio parere il nome Artemísion significa “’A Rtemision” (non posso chiarire in questo articolo i risultati dei miei studi sulla Fonemàntica), espressione nella quale, la ‘A è mutante dell’articolo calabrese plurale ‘I (li); similmente, in italiano, a farci caso, avvicinare è “(l)u–vicin(o)-(f)are”, aggiustare è “(l)u–giust(o)-(f)are”, accomodarsi è “(l)u–comod(o)-(f)are-sé”, ecc.), e ha il significato de “’I Rtemisiani” (un napoletano muterebbe in “’E Rtemisiani” e il significato non cambierebbe), “’I Tremesiani”, “’I Temesani” (nomi simili, riferiti agli abitanti delle città più che alle città stesse, anticamente erano molto diffusi); non per niente nella Calabria settentrionale, nella quale visse Kyniskos, il suono T è reso anche con TR, come timpa= sia timba che tremba; maestro= sia mastu che mastru, e può diventare RT, come in innesto= sia ‘nzitu che ‘nzíartu. Artemisia vuol dire dunque, come si capirà bene più avanti, La Tremesia, La Temesia, TEMESA .
Ora, molti studiosi sostengono che Temesa fosse ubicata verso il Pettoruto, non altrove, come oggi credono i più (sostengono con non poche forzature campanilistiche che si trovasse nella frazione Imbelli del Comune di Amantea), ed io stesso affermo che si trovava nei luoghi di Artemisia, come conto di dimostrare in altra sede. Questo dicono ulteriori e importanti nomi e espressioni di quell’area, oltre che, devo dire, le miniere a cielo aperto abbandonate della sommità della Montagna del Pettoruto e dintorni, senza trascurare la Grotta della Monaca della vicina S. Agata d’Esaro, sfruttata come miniera di rame già verso il 5.000 a. C. — FATTO IMPORTANTISSIMO, CHE SPOSTA INDIETRO NEL TEMPO DI ALMENO 2.000 ANNI L’ETA’ DEL RAME, O PERIODO ENEOLITICO DELLA PENISOLA CALABRO-LUCANA, e la rende la più antica miniera conosciuta in assoluto , e senza trascurare i minerali metallici delle vicine aree di S. Donato di Ninèa e del fiume Grondo di Altomonte -: andando al Santuario del Pettoruto, poco dopo l’arco si costeggia il fiume Rosa e si passa al di sotto di un imponente sperone roccioso chiamato sia Timba d’a Vècchia che Sabat’a Vècchia (Fig. 3, 4, 5 e 6).
In realtà queste due espressioni erano Tímmasa Vècchia e Sup’e Timècchia, espressioni che, al di là delle storielle che si raccontano su quella timpa, valevano e valgono Temesa Vècchia e Sopra è Timècchia o, se si vuole, Timèscia, Timísia, Trimísia, Rtimísia, Timèssa, Tíammisa, come avrebbe potuto e potrebbe pronunciare qualsiasi abitante di quell’area linguistica con leggere mutazioni della parola TEMESA.
Artemisia, che era Temesa vecchia, si trova più in alto, più all’interno e perfettamente a sud proprio su quella timpa: ne consegue che Artemisia e Temesa erano effettivamente nomi diversi della medesima città (Fig. 7).
Non basta: nella valle che sul versante tirrenico della Catena Appenninica Costiera costituisce il naturale proseguimento di quella del Rosa o della Montagna Spaccata, cioè nel tratto occidentale dell’antica via istmica Sibari-Diamante, scorre il fiume oggi chiamato Corvino, che sfocia nel Tirreno a Diamante; sia esso che la stessa Diamante ancora nel 1.500 erano chiamati DIAMAS (v. G. Barrio, Antichità e Luoghi della Calabria, trad. A. Mancuso, ed. Brenner, Cosenza, 1979, p. 178 – I ed. Roma, 1571 –). Mi pare evidente che: a) il Diamas fosse il “Tíamisu”, il fiume di “Tíamisa”, quello per andare a Temesa dal Tirreno (passando per il Varco del Palombaro, a ca. 1.000 metri s.l.m.); b) il nome della città di DIAMANTE equivalga a “Diamas-gènti”, a “Tiam(is)ènti”, a TEMESANI; Diamante era, cioè, il porto di Temesa (Artemisia e San Sosti distano dal Mar Jonio oltre 40 km in linea d’aria, ma da Diamante meno della metà). Rivelo, infatti, che esiste una piccola e poco conosciuta mappa, custodita nell’Archivio di Stato di Napoli, nella quale sono ricopiati luoghi dell’area di Diamante e dell’interno del 1.400; la città di Diamante vi risulta con il nome di DIAMESA (Fig. 8);
in alto e appena a destra è anche il nome di Temsa (che abbraccia la Montagna del Pettoruto fino a S. Agata d’Esaro), il solo nome escritto e evidenziato due volte: in obliquo verso l’alto e con la finale sa che diventa T iniziale di nuovo del nome Temsa, stavolta scritto in obliquo verso il basso (la m è stata parzialmente abrasa, come con precisione alcuni interi nomi, e le abrasioni sono mimetizzate con alcune altre fatte qua e là). In essa il Corvino è chiamato “T–mmando”, cioè Tiammando, con due lettere anch’esse abrase; il Rosa ha il nome di Uaudo F[iume] e all’estremità centrale superiore, dopo Temsa, per conferma sono i nomi del vallone di Marevito (nel quale scorre l’Esaro) e della stessa Marevito, che sono dell’attuale Malvito, che nei parlari locali è Marivítu.
Si da’ il caso, ora, che proprio nei luoghi del ritrovamento dell’Ascia, sul versante nord della Montagna del Pettoruto, esista un santuario, proprio quello della Madonna del Pettoruto (Fig. 9 e 10).
L’espressione Madonna del Pettoruto, a farci caso, significa Madonna dal Partorito, dal Bambino: si metta infatti in relazione la parola Pettoruto con altre che si ritrovano in Italia come putto, feto, mulo, puto, puteo, putatto, putelo, quatràru, ecc.; con la francese familiare pote; con la stessa greca pedhí e con quella in sànscrito – antica lingua dell’India – putra, che hanno tutte il significato di figlio, bambino; si pensi anche al nome del figlio dei quadrupedi (sempre figlio è), puledro, che nei parlari calabresi è puddrítu, puddrítru, pullítru; ciò significa che Pettoruto è “mutante specificante” di questi tipi di parole e ha il significato di putr–(h)at(t)o= putto-fatto, pull–(h)at(t)o= figlio-fàtto, figliàto, figliólo, fíglio, e significa che quella Madonna è anche Madonna del Parto (lo intuiscono bene le donne incinte che a Lei si rivolgono ancora perché credono di ricevere la grazia di partorire un bel bambino e rimanere in vita e in buona salute: “Gó’ji mi nni và’ju e non sàcc’iu si ritúarnu, / Vergini bella, no’ mm’abbannunà!”…), definita “del Pettoruto” per caratterizzarla, per “esclusivizzarla” rispetto alle Madonne venerate in altre città. Per esempio, il nome della Madonna ACHIROPITA di Rossano, ora si capirà, è “esclusivizzazione” derivante da un’antica espressione popolare locale: “‘A-Chir’u-Púttu”= La Madre dal Putto, difatti si tratta di un’altra Madonna con il Bambino (non per caso detta sorella di quella del Pettoruto). E così la Patrona di Cosenza è “esclusivizzata” in Madonna del “Pilèrio”: non essendosi compresa la logica linguistica che generò la parola “Pilèriju”, su questo nome si è inventato di tutto; in realtà si tratta di un’altra Madonna dal “Pullàrio”, dal “Puttàrio” o, alla latina, dal “Puerulo”, come tutte le antiche Madonne d’Italia/Enotria.
Altro che Pettoruto= Petruto= Pietroso (nei parlari calabresi, pietroso= pitrusu, non pitrutu…); che Achiropíta= “Non fatta da mani”; che Pilerio= pilastro, o porta, come si inventa, rivolti sempre e comunque, anche col torcicollo, verso la Grecia (o verso Roma).
E’ all’antichissima Madonna itala/enotria del Pettoruto, dunque, che Kyniskos fece offerta dell’Ascia. Per conseguenza M. Guarducci e P. Zancani Montuoro sul significato dell’epigrafe di Kyniskos hanno preso uno degli innumerevoli “granchi” che prendono gli studiosi (e prende e perpetua chi li segue in modo acritico) nell’interpretazione di fatti del nostro passato, e ciò avviene soprattutto perché li passano al “filtro” della letteratura greca e non considerano il mondo italo/enotrio. Voglio dire anche che “granchio” simile hanno preso gli studiosi del poeta francese François Villon (XV sec.) i quali, nella sua poesia Ballade des Dames du temps jadis (Ballata delle Dame del tempo che fu) hanno tradotto alla lettera l’espressione “Berthe au grand pied” (si vede la somiglianza di pied con “pedioi” e con putto) con “Berta dal grande piede”, e non con “Berta dal grande figlio”, per cui Berta, la madre di Carlo Magno, è diventata famosa, paradossalmente, non perché aveva un grande figlio (Carlo Magno) quanto perché aveva un grande … piede.
Non potendo soffermarmi, qui, sulle imposture greche riguardanti Temesa, evidenzio tuttavia che la sua ubicazione e quella del suo Santuario sulla Montagna del Pettoruto si deducono perfettamente dall’analisi incrociata di due antichi brani, uno di Strabone (scrisse ai tempi di Cristo) e l’altro di Pausania (II sec. d. C.): il primo, nel brano che ho citato più sopra, indicò Temesa a sud di Laos (in realtà a Laos corrisponde Scalèa, non Marcellina, poiché egli disse Laos “l’ultima [città] della Lucania” dei suoi tempi, e su un fatto così risaputo non poteva mentire – VI, 1, 1 –, per cui con Temesa egli intendeva anche il suo porto, cioè Diamante antica), e parlò di un “piccolo tempio circondato da olivi selvatici” che si trovava presso Temesa (come il santuario del Pettoruto è circondato da una foresta di olivi selvatici e si trova presso Artemisia – Fig. 3 e 6 –); sarebbe stato dedicato allo spirito di un compagno di Ulisse, detto Polite (già nominato da Omero), “ucciso a tradimento dai barbari”, come egli, che era il vero barbaro, stravolse (poiché istruito alla sofistica, o “arte della menzogna”, antico vizio degli antichi letterati greci). I Temesani, poi, a suo parere, a questo “Polite” avrebbero pagato un non meglio specificato “tributo”.
Pausania riprese il racconto di Strabone nel brano che riporto più avanti, ambientato ai tempi della cosiddetta Guerra di Troia (secondo gli archeologi sarebbe risalita al 1.200 a. C.): per lui il “POLITE” compagno di “Ulisse” (nome con cui tra sé e sé quel rozzo intendeva il “PULLITRU”, il Bambinello della Madonna) era uno stupratore e un demonio; il “tempietto” di Strabone era “TEMPIO” costruito su un’ ”AREA SACRA” e dedicato allo spirito di questo stupratore; il “tributo” sul quale Strabone tacque era quello di dare “ogni anno in moglie la più bella tra le fanciulle di TEMESA” allo stupratore e “tradizionale rito del DEMONE”.
In realtà era la MADONNA del Pettoruto che egli, greco rozzo e blasfemo qual era, additava a demonio, “terribilmente nero di colore e tremendo in tutto il suo aspetto, ed era avvolto in una pelle di lupo”. Sul significato del nome che Pausania Le diede non dirò nulla, perché è troppo sconcio.
Egli turlupinò così: “Fu al ritorno in Italia che Eutimo combatté con l’EROE [il dèmone, l’anima dello stupratore]; i fatti sono questi. Raccontano che Odisseo, nel suo peregrinare dopo la presa di Ilio, fu sbattuto dai venti in diverse città dell’Italia [cioè della Penisola Calabro-Lucana, o antica Italia/Enotria] e della Sicilia, e giunse con le navi anche a Temesa; e lì uno dei marinai, ubriaco, fece violenza a una VERGINE e per questo misfatto fu lapidato dalla gente del luogo [disse lui, attribuendo ai Temesani pratiche greche, per fare passare anch’essi come assassini]. Senza tenere in alcun conto la sua fine, Odisseo salpò e proseguì il suo viaggio, ma il dèmone dell’uomo lapidato non lasciava passare nessuna occasione per uccidere a sua volta quelli di Temesa, vendicandosi sulla gente di tutte le età; e gli abitanti del luogo nutrivano l’intenzione di fuggire del tutto dall’Italia [mistificò Pausania], ma la Pizia [gli Itali/Enotri non credevano alle “pizie”, cioè alle maghe, come i Greci] non permise che abbandonassero Temesa e ordinò loro di PLACARE L’EROE [cioè lo stupratore], destinandogli un’AREA SACRA e costruendovi un TEMPIO, e di dargli OGNI ANNO in moglie la più bella fra le FANCIULLE di Temesa. Ed essi compirono le prescrizioni del dio e, quanto al resto, non ebbero più nulla da temere da parte del dèmone, ma Eutimo – giunto a Temesa mentre si compiva il TRADIZIONALE RITO per il DEMONE – s’informò della loro situazione e fu preso dal desiderio di ENTRARE NEL TEMPIO e GUARDARE la RAGAZZA [in realtà la Madonna del Pettoruto]; come la vide, dapprima ne ebbe compassione e poi se ne innamorò: la FANCIULLA gli giurò che se l’avesse salvata lo avrebbe sposato ed Eutimo, vestite le armi, attese a pie’ fermo l’assalto del dèmone. Riuscì vincitore nel duello e l’Eroe, cacciato dalla terra, scomparve immergendosi in mare; Eutimo celebrò magnifiche nozze e gli uomini di quel paese furono per sempre liberati dal DEMONE. A proposito di Eutimo ho sentito dire anche che pervenne a un’estrema vecchiaia e che sfuggì alla morte separandosi dagli uomini in un altro e diverso modo. Che Temesa sia abitata anche ai miei giorni l’ho sentito dire da uno che vi si era recato via mare per motivi di commercio [in realtà Pausania pensava al commerciante “MENTE” dell’Odissea di Omero — I, 180–184 -]. Questo l’ho sentito dire [lo aveva letto, appunto, nell’Odissea, o Ulissea]; conosco invece, perché mi è capitato di vederla, una pittura, che era una copia di una pittura antica. Raffigurava un giovinetto, Sibari, un fiume, il Calabro, e una fonte, Calica, e inoltre Hera e la città di Temesa; tra queste figure vi era anche il Dèmone [lo spirito dello stupratore, a suo dire, al quale i Temesani avrebbero eretto un Santuario! In realtà si trattava di una raffigurazione della Madonna del Pettoruto che vegliava sul Santuario, sul Rosa e sull’antica San Sosti, come talvolta è raffigurata ancora oggi] che Eutimo scacciò – terribilmente nero di colore e tremendo in tutto il suo aspetto– ed era avvolto in una pelle di lupo; l’iscrizione sulla pittura ne dava anche il nome: Alibante“ (Pausania, VI, 6, 7–11. Trad. G. Maddoli e M. Nafissi: Pausania, Guida della Grecia, VI. Mondadori, 1999, pp. 45–47).
Noti ora il Lettore che il fiume Rosa nasce dal Monte Vatti LUPO e che la Montagna del Pettoruto, delimitata a nord dal Rosa, a sud è delimitata dal fiume LISSIENO, due nomi che ancora oggi sono in relazione con il demone nero avvolto in una pelle di LUPO e l’ULISSE di Pausania; questi due nomi significano dunque che egli visitò questi luoghi, e che se ne servì per le sue imposture.
Pausania, che fu solo uno degli innumerevoli frottolai greci, da un canto, dunque, sfregiò con la scrittura la Madonna del Pettoruto, il suo Santuario e, come si vedrà, un RITO a Lei dedicato; dall’altro, personificando la città italo-greca di Sibari in un giovanetto (che in realtà era quello stilizzato su un po’ tutte le monete delle città dell’Italia Meridionale, a cominciare da Pandosia, la capitale d’Italia/Enotria che si trovava “poco sopra” Cosenza – Strabone, VI, 1, 5 –); citando il Calabros (il Rosa, che fluisce nell’Esaro) e la fonte Calica (in realtà la fonte oggi detta “Acqua Benedetta”, che scorre dietro il Santuario del Pettoruto ed è stata murata per la costruzione di un serbatoio, ma se ne sente il rumore); associando al nome di Temesa quello della dèa greca Hera, riuscì a usurpare tutto ciò per Sibari e per la Grecia, e riesce ancora a turlupinare ancora gli studiosi del mondo intero.
A riprova di ciò è il fatto che a suo stesso dire il TEMPIO non era dedicato a HERA, bensì allo stupratore, al DEMONIO, operazione sofistica mediante la quale egli violò ed eliminò a parole la MADONNA del Pettoruto, a parole ne fece artefice un greco e a parole la usurpò sublolamente come HERA.
Che Pausania nel suo raccontino sconcio (ma utile per capire) occultasse la Madonna del Pettoruto, il suo Santuario e un RITO RELIGIOSO italo/enotrio a Lei dedicato, si comprende anche dai seguenti fatti: a) quella Madonna, che egli invertì in demonio nero (si noti che sia la parola DEMONIO che la greca “DAIMON” sono quasi anagrammi di MADONNA e ne hanno il significato contrario), è SCOLPITA NELLA PIETRA NERA, si trattava e si tratta di una MADONNA NERA (il cui culto si ritrova in tutto il Mondo Occidentale anche ai nostri tempi), alla quale i preti di Roma hanno mutato il colore e i connotati per meglio usurparla anche essi; b) il “tributo” dei Temesani, che secondo Strabone sarebbe stato per “Polite”, e che Pausania invertì in “TRADIZIONALE RITO DEL DEMONE”, in realtà era un RITO italo/enotrio che si svolgeva al Pettoruto (al quale Pausania dovette assistere), era il TRADIZIONALE RITO DELLA MADONNA.
Esso non consisteva nel dare OGNI ANNO “in moglie” una FANCIULLA a un DEMONIO, ma nel dare OGNI ANNO, come figlia adottiva una FANCIULLA alla MADONNA (in rappresentanza di tutte le fanciulle temesane nate nello stesso anno), o meglio, consisteva nell’offerta simbolica alla Madonna del suo sesso (o conno, parola ormai desueta, che in calabrese è anche ciúnnu, franc. con, ingl. kunt, gr. ant. ghenos, sànscrito yoni, cin. scin) sotto forma di cinto: manufatto troncopiramidale o cubico, non grande, fatto con canne (simbolismo per somiglianza di suoni con conno), adornato con cinte o nastri multicolori e moltissime canníli (candele), portato alla Madonna fra preghiere, canti e suoni di zampogne e organetti, con gioia, affinché Ella vegliasse su di lei e su di loro da Madrina specialmente un giorno, al momento del parto. Infatti questo rito al Pettoruto si svolge tuttora, la prima domenica di maggio: è il Rito della Cinta.
Amore per la verità vuole che dica che i preti di Roma hanno usurpato anche questo RITO e che lo hanno snaturato: hanno spacciato e spacciano per vera una storiella su un preteso miracolo della Madonna che avrebbe salvato da una pestilenza i Sansostesi, nel 1.600, facendo cingere la loro città con uno spago, da cui sarebbe derivato il nome della Cinta (ma questo rito si celebrava anche a Mottafollone, a Malvito, a S. Agata d’Esaro…). Il rito originario e meraviglioso del cinto hanno fatto diventare rito di un lungo “spago” “incerato”, che una FANCIULLA di San Sosti, vestita di bianco come una sposa e seduta con altre fanciulle su un camioncino addobbato a festa, oggi porta in un canestro da lì all’inizio dell’AREA SACRA del Pettoruto, poi in processione, con il canestro sul capo, alla MADONNA, nel SANTUARIO, dove viene benedetto, tagliato a pezzettini e distribuito alla gente, che se ne torna a casa con il pezzettino di “spago” (che in realtà sta per spacco …) “incerato”.
Ciò che affermo sulla Cinta è vero per il fatto che alla Madonna del Pettoruto il manufatto troncopiramidale o cubico (il cinto) portano ancora le donne incinte e le madri, sul capo (come il canestro portato dalla “cinta”, cioè dalla FANCIULLA), ma facendole questo grande dono, che costa loro un grande sforzo, per contracambiarla della “grazia ricevuta”, o da ricevere, nei giorni della sua Festa (primi otto giorni di settembre, una durata abnorme che significa ancora la devozione per quella Madonna). Stavolta un cinto grande, largo e alto anche più di un metro, e lo stesso fanno ancora le madri in altre città della Penisola Calabro-Lucana, ma solo nei giorni della festa della Madonna con il Bambino, non con rito specifico per le fanciulle, quale è la Cinta di San Sosti.
Lo portano, per esempio, il 15 agosto, alla Madonna del “Granato” (in realtà Madonna dal “Quatra(ru)-natu”, dal “Putra-nato”, sempre Madonna con il Bambino) di Capaccio Vecchio, presso Paestum (oggi in Campania, in provincia di Salerno), dove la parola conno è mutata in centa (Festa della Centa), e Le portano anche barchette (perché, per la loro forma, anche se se n’è perduto il senso, si prestavano, e si prestano, a simboleggiare il sesso femminile - si pensi anche al significato profondo di parole come canoa, canotto, gondola, ecc. -) (Fig. 11).
Fig. 11. Capaccio Vecchio (Salerno), 15 agosto 2005, Santuario della Madonna del Granato, Festa della Centa. Le famiglie iniziano ad avviarsi al Santuario verso le quattro del mattino (certo a causa del caldo afoso del giorno estivo) e portano alla Madonna cente e cinti (anche illuminati con uso di batterie). La cerimonia inizia verso le sei e finisce verso le sette.
Barchette (cente) e cinti vengono portati, il 25 aprile, anche alla Madonna delle “Armi” di Cerchiara di Calabria (nel parlare locale è “Madonn’i l’Armi”, che in italiano, correttamente, è Madonna delle Anime, e ha il Bambino, non le armi), e il primo giovedì, venerdì e sabato di luglio alla Madonna del “Pollino” (cioè, in questo caso, “dal Putrino”, “dal Puttino”) di San Severino Lucano (Fig. 12).
Dovrebbe perfino disturbare ora l’idea di un’Ascia di Kyniskos “ammazzanimali”, “alla sacerdoti greci” (che, fra l’altro, turlupinavano i fedeli facendo credere loro di predire il futuro leggendolo nelle viscere degli animali, o dallo stormire delle foglie, o facendo circolare voci di previsioni a fatti avvenuti), associata a una Hera “EN PEDIOI” che di greco e di pianura in realtà non aveva niente.
Dall’ambientazione del racconto di Pausania ai tempi della Guerra di Troia, poi, si deduce che il piccolo Santuario originario della Madonna del Pettoruto (che si intravede sulla destra in qualche foto del Pettoruto degli inizi del ‘900) non era di qualche secolo addietro, come si afferma, ma anteriore ai tempi di Omero e delle monete di Temesa, aveva cioè oltre 2.500 anni (Fig. 13).
Altro che la favoletta sull’autore della statua, che sarebbe stato un a dir poco ambiguo “scuoltore” “Nicola” “Mairo” di Altomonte! Altro che le onnipresenti favolette dei pastorelli (in realtà impostorelli), o del pastorello, più o meno sordomuto (per meglio incunearsi nei sentimenti e nella credulità della gente), che in questo caso avrebbe ritrovato la statua della Madonna del Pettoruto – che invece è sempre stata dov’è – e avrebbe fatto costruire il Santuario! Favolette che oltre ad usurpare servivano e servono per attirare verso la Chiesa di Roma e a misurare l’indice di credulità popolare.
Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, che se Temesa vecchia, o Temesa soprana era Artemisia, Temesa nuova, o Temesa sottana era San Sosti (che in realtà assunse questo nome in tempi piuttosto recenti unicamente in quanto “(Città della) SANTA SOSTA”, proprio perché coloro che attraversavano la via San Sosti-Diamante SOSTAvano nel luogo SANTO del Pettoruto per salutare la Madonna), e che la parola “ORTAMOS” dell’Ascia era un etnico che significava “O RTAMOS”= “ ‘U RTIMISIU”=” ‘U TRIMISIU”= IL TEMESIO= IL TEMESO; quel Kyniskos, cioè, potendosi confondere il suo nome con quello di altri immigrati greci, invece di usare il patronimico preferì usare l’etnico per il quale era conosciuto, per cui oggi egli si definirebbe “KYNISKOS IL … SANSOSTESE”.
C’è poi il fatto che egli dedicò l’Ascia come “decima dei lavori”: lo fece, molto semplicemente, perché in realtà egli era un fabbro (avrebbe regalato alla Madonna, altrimenti, un’ascia-martello strumento di morte?), un fabbro che lavorava in Artemisia/Temesa/San Sosti antica (l’allora più importante città del Mediterraneo per l’estrazione di minerali di rame e la lavorazione del rame e del bronzo), non in Sibari, come affermano sommariamente i responsabili del British Museum .
Oltre all’epigrafe, catteristica importante dell’Ascia è di non avere il taglio, giacché da Kyniskos esso fu troncato (Fig. 1 e 2). Questo fatto è stato elucubrato come funzionale per sacrifici di animali mediante uccisione senza fuoriuscita di sangue, con “colpo secco alla tempia o alla nuca” o “con colpo secco in un punto vitale”, ma ciò non spiega perché da un lato l’Ascia sia a martello; inoltre se fosse servita per simili barbari e disgustosi sacrifici (che potevano pure essere dei sacerdoti greci, ma non di quelli itali/enotri), il troncamento del taglio (di un manufatto così ben modellato ) sarebbe stato leggermente arrotondato, per non fare correre al preteso vittimario rischi di causare alla pretesa vittima ferite involontarie, invece il troncamento è netto, fatto che significa volontà di evidenziarlo.
In realtà, sia il troncamento che la disposizione dell’epigrafe erano accorgimenti che dimostravano, e dimostrano, la sensibilità di Kyniskos (egli, degli Itali/Enotri, come tanti altri immigrati, aveva assimilato anche la sensibilità religiosa) che eliminò il taglio dall’Ascia affinché la Madonna …non si tagliasse (quelle che vendeva, invece, oltre a tagliare servivano per inchiodare, erano a doppio uso); Kyniskos, cioè, prima di offrirgliela, la “smaterializzò”, mediante l’eliminazione dei suoi contenuti intrinseci di violenza: non solo il taglio, ma anche la sua orizzontalità violenta (come hanno arguito stavolta giustamente Guarducci e Zancani Montuoro); infatti per leggere l’epigrafe bisogna disporre l’Ascia con la penna rivolta verso l’alto.
Per ciò che ho detto, la traduzione corretta dell’epigrafe dell’Ascia è la seguente:
“SONO SACRA A HERA, QUELLA CON IL BAMBINO [la Madonna del Pettoruto]. MI DEDICO’ KYNISKOS IL TEMESIO, COME DECIMA DEI [suoi] LAVORI [di fabbro]”.
E’ un vero sopruso, dunque, che l’Ascia sia trattenuta nel British Museum e non sia restituita al Santuario del Pettoruto, a testimonianza sia della sua antichità che della civiltà e della religiosità degli Itali/Enotri, e che la Festa della Cinta si svolga con lo “spago” “incerato”, e non con il rito del piccolo cinto simbolico mediante il quale le famiglie sansostesi, soprattutto le madri, continuino ad offrire, ogni anno, le loro fanciulle come figlie adottive alla Madonna del Pettoruto.
Acri — Dicembre 2010
(Questo articolo è stato pubblicato anche in APOLLINEA, la Rivista Bimestrale del Territorio del Parco Nazionale del Pollino. Edizioni “Il Coscile”. Castrovillari. Anno XV, n. 3. Maggio-giugno 2011)











